Piena solidarietà a chi è stata/o colpita/o dalla repressione sistematica del nuovo dl sicurezza.
Le multe fino a 30.000 euro notificate agli attivisti del corteo contro la visita di Christine Lagarde dichiarano la gravità del sistema repressivo attuale. Basta alzare la voce contro un sistema oppressivo perché lo stesso non ne ammetta più alcuna. Non si tratta di sicurezza, ma di controllo sistematico. Contestare l’uso di un megafono significa colpire la possibilità stessa di prendere parola. Significa dire che la città può essere sì attraversata ma in silenzio, che il dissenso non è accettato in alcun modo.
Le nuove norme sulla sicurezza costruiscono un recinto sempre più stretto. Tutto ciò che esce dai suoi confini – cortei spontanei, assemblee di strada, contestazioni improvvise – produce un costo esoso, un rischio economico concreto, un modo per scoraggiare chiunque dall’esporsi e dalla lotta contro le ingiustizie sistematiche.
Di fronte a questo, la nostra risposta è una sola: solidarietà piena a chi è stata/o colpita/o. Solidarietà come pratica, come rete che si allarga quando qualcuna/o viene isolata/o, come gesto politico che non si lascia intimidire da cifre sproporzionate o da interpretazioni estensive della legge.
Rivendichiamo il diritto di attraversare insieme la città, di dire che qualcosa non va, di non dover chiedere permessi per (r)esistere nello spazio pubblico. Rivendichiamo il diritto di non essere ridotti al silenzio da sanzioni che mirano più alla paura che alla legalità.
Le strade non sono un favore concesso dall’alto. Sono il luogo in cui si costruiscono legami, conflitti, immaginari. E ogni volta che qualcuno prova a chiuderle, qualcun altro le riapre.
La solidarietà non si multa. Il dissenso non si sequestra. La città rimane viva finché la attraversiamo.
Il 21 aprile 1945 Bologna fu liberata dai nazifascisti. Qualche giorno dopo, da una stamperia partigiana che per anni, nel rione Cirenaica, proprio sotto al ponte della ferrovia, aveva operato nella clandestinità, venne fatto uscire un manifesto:
“Il nostro cuore trepida di altissima gioia, i nostri occhi si inumidiscono di lacrime di profonda commozione: Bologna, la nostra città, è libera… Salutiamo questo giorno fausto che riconduce a noi ed a voi la vita e la libertà.
Sì, libertà per tutti, libertà di pensiero e di parola, di stampa e di fede.
Ma non libertà per coloro che hanno oppressa ed avvilita, fatta schiava e misera questa terra. Su costoro – servi, affaristi, mezzani e spie – su questi abbietti scenderà inesorabile la giustizia dovuta ai colpevoli della più grande infamia, punitrice dei rei del più grave delitto, quello della soppressione di ogni libertà… La civiltà di domani deve essere pervasa di nuove idealità, deve avere come autori e motori gli uomini che affaticano il braccio o il pensiero e hanno questa sola preziosa ricchezza”.
Anche quest’anno, come ormai da diverso tempo, il 21 aprile saremo nelle strade “partigiane” della Cirenaica, ci troveremo alle 19 in via Bentivogli, sotto la lapide ai caduti per la libertà, e arriveremo al giardino dedicato a Lorenzo Orsetti “Orso”, in via Sante Vincenzi… per ricordare le partigiane e i partigiani di ieri e di oggi.
Lo facciamo perché l’antifascismo, per noi, è sempre stato un valore fondante. Non sappiamo se lo sia ancora per una parte di questo sventurato paese, ma, per noi, è un anticorpo necessario per cercare di rimetterlo in piedi e dargli dignità. Per questo dobbiamo praticarlo e non solo ricordarlo…
E dobbiamo gridarlo ad alta voce, senza esitazione, perché oggi le varie forme di fascismo sono più di una minaccia, sono un pericolo concreto. Per dirla con Brecht, il ventre che generò quel mostro è ancora fecondo e, di conseguenza, l’antifascismo dinamico è la “cura” giusta: un antifascismo diffuso contro ogni tipo di razzismo e di discriminazione sociale, contro i trabocchi di odio verso gli/le ultimi e i/le diversi/e.
Se il fascismo storico era rappresentato dallo squadrismo delle camicie nere, dall’olio di ricino, dagli arresti dell’Ovra (la polizia segreta del regime mussoliniano), dal confino, dall’autarchia, dalle corporazioni, dalle leggi razziali e dalla guerra, il fascismo di oggi (per stare in Italia, quello del governo Meloni) si può raffigurare con i manganelli, gli idranti e i lacrimogeni della polizia nelle piazze, con i ripetuti “decreti sicurezza”, il populismo penale, le misure da “stato di polizia” contro i movimenti di opposizione e le forme variegate di dissenso. L’Italia si trasforma ogni giorno di più in una caserma, in cui alle lotte sociali si risponde a colpi di Codice penale. Contando sulle paure di sempre e le insicurezze sociali dilaganti, affrontando le questioni sociali attraverso lo scatenamento di vere e proprie “guerra tra poveri”, rinverdendo una pratica su cui l’estrema destra ha sempre puntato e che oggi – tra spinta social alle fake news e media permeabili – impone falsi problemi e, sopratutto, false soluzioni.
Certo i fascismi di oggi sono di un altro genere rispetto a quelli del passato, ma godono di una vera e propria “internazionale nera” (da Trump a Milei, da Netanyau a Erdogan, da Le Pen all’olandese Wilders, dal georgiano Kobakhidze ad Orbàn, da Meloni e Salvini a Bolsonaro, dall’estrema destra tedesca AfD agli spagnoli di Vox). Sono fascismi che rappresentano un’appendice del “capitalismo globale”, che tengono insieme populismi xenofobi, reimmigrazione e islamofobia, omofobia e sessuofobia, inquadramento gerarchico e obbedienza, sovranismo e ultra-liberismo, sionismo e colonizzazione, identitarismo e nazionalismo, militarismo e guerra.
Oggi, che la democrazia è sempre più svuotata e la “democratura” diventa una forma di governo “popolare”, sono sempre di più i casi in cui l’estrema destra si presenta alle elezioni e le vince. Questo è il frutto della crisi che ha depauperato la popolazione dei ceti bassi e medi e, soprattutto, l’ha privata di qualunque prospettiva positiva di futuro. Ma il fascismo, anche quando interviene in questi vuoti politico-sociali, è sempre reazionario (o, per citare Zygmunt Bauman, “retrotopico”), non punta a rendere libere le persone, ma le ingloba nel suo modello identitario, a cui si deve obbedire ciecamente.
Di fronte a questa vera e propria “apocalisse planetaria”, guardando al nostro paese, cosa rimane di quell’Italia resistente e ribelle che nei giorni dell’aprile ’45 si riconquistò la libertà, auspicando di raggiungere anche una necessaria giustizia sociale?
Per molti rimane una data (importante), un ricordo, una commemorazione e poco più.
I protagonisti della lotta di liberazione che portò all’insurrezione della primavera del 1945 furono soprattutto ragazze e ragazzi che fecero una scelta di campo e decisero di combattere il fascismo, senza mai cedere alle sue prepotenze. Non avevano preparazione politica e avevano pure studiato poco, ma l’impulso di libertà che li pervadeva li rese allergici, fin da subito, alla dittatura mussoliniana e agli invasori nazisti. Andarono in montagna o scelsero la strada della clandestinità in città, il loro antifascismo fu una cosa semplice e schietta. Con le loro gesta dimostrarono che nella vita si può e si deve osare, anche quando tutto sembra perduto.
E, in questo modo, riuscirono a svegliare un popolo che si era lasciato trasfondere il morbo della vergogna fascista e che aveva pagato a caro prezzo questa contraddizione verso la dittatura mussoliniana. Fu la “lunga resistenza”, fatta di cospirazione, esilio, galera, opposizione e sabotaggio al regime, che permise lo sbocciare delle “giornate di aprile” come uno di quei miracoli della natura che fanno schiudere prima, fragili, le gemme e poi, in mezzo all’espandersi delle foglie, l’aprirsi dei fiori.
Scriveva uno dei fogli della Resistenza: “Sorsero i partigiani: e fu una aperta ribellione contro un mondo, contro uomini, contro idee umanamente e storicamente condannate, contro sistemi che avevano forzatamente agganciato a un carro in folle corsa verso la rovina il destino di milioni di vite. E i ragazzi lasciarono le case e andarono sui monti. Lasciavano la loro giovinezza che non aveva e non avrebbe mai più trovato la sua stagione. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l’amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent’anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà”.
Ci piace chiudere questa riflessione, sottolineando che, in questi tempi, per tanti versi oscuri e drammatici, è finalmente riemersa una soggettività giovanile che non ce la fa a rimanere indifferente rispetto ai massacri perpetrati dall’esercito israeliano contro il popolo palestinese e che è indisponibile al restringimento delle libertà proprio del securitarismo del governo Meloni. Le mobilitazioni oceaniche per Gaza, le manifestazioni antifasciste ed antirazziste dei mesi scorsi, gli ultimi cortei contro i conflitti bellici, il riarmo e le “economie di guerra” hanno riempito le piazze e le strade di tante ragazze e tanti ragazzi.
Allo stesso tempo, a più riprese, si è rivista una volontà diffusa di reagire agendo sul piano antifascista, antirazzista, transfemminista, ambientalista… Si tratta di affermazioni di libertà, mobilitazioni di resistenza e iniziativa sociale capaci di dimostrare che è ancora possibile rompere la gabbia in cui ci vogliono chiudere.
Diceva lo scorso anno, di questi giorni, un volantino delle realtà Lgbtq+ bolognesi: “Allargare la battaglia e disturbare questo ordine sociale spetta anche a noi, per togliere terreno ai neofascismi che hanno ritrovato purtroppo troppi spazi e troppa legittimità all’interno delle nostre città e dei nostri quartieri”.
Probabilmente, per le nuove generazioni di attiviste e attivisti, l’antifascismo è il modo più naturale di situarsi nel mondo. Nessuno sente il bisogno di “emendare le coscienze” attraverso la tanto auspicata (dal potere) “memoria condivisa”, che altro non è che una forma truffaldina di “smemoratezza patteggiata”. E’ invece innegabile la necessità che ogni generazione abbia diritto alla propria Liberazione.
I PARTIGIANI E LE PARTIGIANE OGGI SONO NELLE PIAZZE
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📍25 aprile h. 10 Piazza dell’Unità | Contro il governo Meloni e i regimi di guerra
Attraversiamo una congiuntura storica difficile e violenta, in cui proliferano guerre, genocidi, repressione del dissenso, speculazione economica e aumento dello sfruttamento, violenza patriarcale, ecocidi, disciplinamento della società. Le estreme destre in tutto il mondo si stanno proponendo di governare questa epoca, e l’Italia è indubbiamente uno dei laboratori in questa direzione.
Il moltiplicarsi della guerra, sia sui fronti bellici che nella vita quotidiana, nelle politiche di riarmo, nelle strette autoritarie, nei richiami alla leva obbligatoria, nella ricerca per scopi militari, nell’economia del complesso militar-digital-industriale, nei grandi oligarchi del tech che detengono le infrastrutture della nostra comunicazione quotidiana e le orientano alla militarizzazione. Il riemergere di progetti di colonialismo e imperialismo. Questo il presente e il futuro che ci viene proposto.
Al contempo, abitiamo un’epoca di profonda trasformazione, che conduce alla necessità di guardare anche ai potenziali di rottura e di alternativa che si stanno dischiudendo. Stanno infatti proliferando anche nuove resistenze, nuove lotte, nuovi soggetti. La sollevazione autunnale per la Palestina globale è stato in questo un monito e un esempio. Dobbiamo riuscire a guardare alla nostra storia e memoria, a cosa ha significato antifascismo e possibilità di liberazione, al nostro presente, e ai futuri possibili.
Il percorso assembleare Bologna antifascista rilancia dunque con forza la necessità di mobilitazione, rilanciando le lotte in città per confluire su una grande manifestazione antifascista il 25 aprile. Una manifestazione che mostri un NO secco, radicale e ineludibile alle sirene di guerra e che porti in piazza la contrapposizione sociale al governo Meloni. A partire da questo, la manifestazione vuole essere in grado di esprimere anche la ricchezza e la molteplicità di istanze che si sono sollevate in città, dalle tensioni abolizioniste ai conflitti ambientali, dalle lotte per l’abitare alle resistenze anti-coloniali e anti-sioniste, dai percorsi transfemministi agli scioperi.
Il corteo del 25 aprile si concentrerà alle ore 10 in piazza dell’Unità, e passando per ponte Stalingrado, via Mascarella e il Sacrario dei Partigiani, attraverserà via Indipendenza per concludersi in Stazione. La stazione di Bologna è infatti un simbolo ancora incandescente della brutalità dei progetti autoritari e neofascisti che popolano il nostro paese, ed è stata un simbolo del conflitto autunnale, a partire dalla giornata di lotta del 2 ottobre che ha visto in città esprimersi rabbia e determinazione anche a fronte di una dura repressione.
Indiciamo inoltre per il 21 aprile, data della liberazione di Bologna, una giornata di mobilitazione e di ulteriore lancio del 25 aprile che si possa strutturare in tutti i quartieri dalla città e che si concluderà con una nuova assemblea cittadina.
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Il fascismo del presente non ha bisogno della camicia nera. Gli bastano algoritmi, frontiere automatizzate, decreti che restringono lo spazio democratico con la stessa logica delle leggi fascistissime. È ora un fascismo molecolare, diffuso, insinuato nei dispositivi di controllo, nelle retoriche securitarie e nelle economie estrattive che trasformano vite in scarti. Eppure la storia ci insegna che la Resistenza non fu mai un blocco monolitico. Fu un arcipelago di esperienze e di soggettività molto eterogenee tra di loro: donne e uomini che ruppero ruoli secolari, contadini che trasformarono le loro case in basi partigiane, operaie e operai che scioperarono sotto i cannoni e boicottarono le produzioni di guerra. Un laboratorio di differenze tenute insieme non dall’accordo politicista, ma dalla pratica comune.Rigenerarla oggi non significa crogiolarsi nella memoria. Significa riattivarne le voci. La geopolitica contemporanea è un mosaico di contraddizioni che non permette letture semplici. C’è la Palestina, dove molte organizzazioni internazionali, attivisti/e e osservatori parlano apertamente di genocidio, mentre la comunità globale vacilla tra impotenza e complicità; l’Iran, che reprime con brutalità chi osa immaginare un’altra vita, ma che non ha bisogno di “esportatori di democrazia”; le prigioni e le milizie dell’ICE negli Stati Uniti, rafforzate negli anni di Trump. C’è il Rojava che continua a difendere la propria rivoluzione femminista e confederale sotto l’attacco costante di potenze regionali; il Venezuela che resiste a un assedio economico che ha la forma di una guerra non dichiarata e l’Ucraina, divenuta terreno di scontro tra potenze. Antifascismo, oggi, vuol dire interazione e costruzione di legami di reciprocità. Non un fronte unico, ma una trama: di alleanze transnazionali, di spazi autonomi, di culture critiche, di solidarietà concreta. Come quella che si pratica ogni giorno in luoghi “altri” e negli spazi autogestiti, non per celebrare il passato, ma per ricordarci del futuro. Gramsci chiamava mostri tutte quelle cose che nascevano nell’interregno, «quando il vecchio muore e il nuovo non può nascere». Oggi i mostri li vediamo bene: nelle frontiere che uccidono, nei governi che reprimono, nelle economie che sacrificano vite per profitti. Ma nell’interregno vediamo bene anche le rivoluzioni lente, le comunità che tengono, le forme di vita che non si piegano. La resistenza è stata, è, e sempre sarà, un gestocollettivo.
PROGRAMMA
17 APRILE 2026
Alle 18:30 | S’È DESTRA – introduzione con Valerio Renzi (giornalista)
Ad aprire l’Antifa Fest, Valerio Renzi introduce la giornata a partire dal contesto che la rende necessaria: l’avanzata della destra in Italia, in Europa e nel quadro geopolitico globale, le sue radici, le sue reti internazionali e le sue politiche. Negli ultimi decenni la destra radicale ha smesso di essere un fenomeno marginale: governa stati, orienta agende, ridefinisce il senso comune. In Italia in Ungheria, in Argentina e negli Stati Uniti, forze che fino a poco tempo fa si collocavano ai margini del sistema politico hanno conquistato il centro della scena. Renzi offre una bussola per orientarsi in questo paesaggio, un inquadramento che dà senso agli incontri, alle storie e alle musiche che seguiranno: perché parlare di antifascismo oggi, e perché farlo insieme.
Alle 19:30 | INTERNAZIONALE NERA E RESISTENZE DEI POPOLI OPPRESSI – talk, modera Vag61
Le destre radicali e neofasciste non sono un fenomeno locale o spontaneo: si organizzano su scala globale, condividono agende politiche, finanziamenti, immaginari e alleanze strategiche che attraversano i confini nazionali. Dietro le differenze di superficie, il sovranismo europeo, il trumpismo americano, i nazionalismi dell’America latina e del sud del mondo, esiste una trama comune: il rifiuto della democrazia, i profitti capitalisti no matter what, la criminalizzazione della migrazione, la complicità con regimi autoritari, l’attacco ai diritti delle donne e delle comunità LGBTQ+.
Ma ovunque questa internazionale nera avanza, incontra resistenza. Dai movimenti delle donne in Iran alla lotta dei quartieri popolari romani, dalle università in rivolta alle reti antifasciste europee, i popoli oppressi continuano a organizzarsi, a immaginare alternative e a costruire pratiche di liberazione collettiva.
Il talk esplora questi due movimenti opposti cercando connessioni, strategie e prospettive comuni.Ne discutono Eddi Marcucci (scrittrice e attivista di Quarticciolo Ribelle), Marina Misaghi Nejad (attivista italo-iraniana e antropologa); Matteo Polleri (ricercatore di Filosofia politica e attivista, Parigi); Mattia Tombolini (editore Momo edizioni), e Sandro Mezzadra (Professore di Filosofia politica, Università di Bologna).
A seguire | FREE ALL ANTIFAS / THE TRIALS / LINEAA
Contro la repressione dell’antifascismo militante, uno spazio dedicato alle risposte collettive che il movimento sta costruendo per difendersi.
Il Comitato Antirepressione Milano presenta la campagna Free All Antifas, nata per portare l’attenzione pubblica e costruire solidarietà verso gli antifascisti e antifasciste coinvoltə nel processo di Budapest. In molti paesi la risposta dello stato all’antifascismo passa sempre più attraverso i tribunali e strumenti repressivi: denunce, arresti, processi esemplari pensati per intimidire e smobilitare.
The Trials è un documentario di Marta Massa (regista) che segue il caso di Maja T., giovane antifascista non binaria di origine tedesca attualmente detenutə a Budapest in regime di isolamento. Maja T. è statə estradatə illegalmente dalla Germania per i fatti di Budapest 2023, in occasione del Giorno dell’Onore. Il suo caso ha assunto un rilievo simbolico per l’intero movimento europeo, sollevando questioni cruciali sulla criminalizzazione dell’antifascismo e del dissenso, sulla solidarietà transnazionale e sui limiti della giustizia quando si tratta di reprimere l’attivismo politico.
LineaAA è un cortometraggio prodotto dal Laboratorio Antifascismi, realizzato dalle studentesse e dagli studenti come atto di narrazione autonoma e collettiva: un tentativo di raccontare l’antifascismo dal basso, con gli strumenti del cinema militante. A cura di SMK Factory.
CENA SOCIALE
La cena sociale è anche un atto politico: un modo per sostenere il progetto e per costruire e (co)spirare in quella comunità che è il presupposto di qualsiasi resistenza collettiva. Ad accompagnare la cena, una degustazione di vini naturali delle aziende agricole Pizzillo Emanuele e Lentamente, realtà che coltivano la terra con rispetto per i cicli naturali e per chi ci lavora.
MUSICA RESISTENTE di ieri e di oggi, con Luciano Forlese e Mars on Pluto
A chiudere la serata, la musica come forma di memoria, di lotta e di immaginazione. L’antifascismo ha sempre avuto una colonna sonora: canti partigiani, ballate di resistenza, inni di movimenti che attraversano decenni e continenti. Ma la musica resistente non è solo patrimonio del passato, si reinventa, si contamina, si fa contemporanea reinventando assieme la propria voce.
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18 APRILE 2026
Alle 11:00 | LE CICATRICI DEL PETROLIO – Talk
Dopo decenni segnati da violazioni dei diritti umani e disastri di ogni genere, le ferite lasciate dallo sfruttamento petrolifero sono ovunque nella regione del Delta del Niger, nel sud della Nigeria: nel gas bruciato nell’aria, nelle terre e acque contaminate, nei conflitti e le divisioni, nell’aspettativa di vita sempre più bassa e nella povertà rimasta lì dove doveva esserci sviluppo. È il lascito di oltre 60 anni di operazioni di alcune delle più grandi multinazionali degli idrocarburi al mondo, su tutte l’italiana Eni (e l’Agip prima di lei) e la britannica Shell. Recentemente queste oil major hanno venduto i propri impianti nel Delta del Niger, per poi spostarsi a sfruttare le più fruttuose licenze in mare aperte. Di fatto hanno lasciato alle imprese locali e al governo nigeriano la responsabilità per le bonifiche e le riparazioni per le comunità impattate dai continui sversamenti.
Interverranno Lorenzo Bagnoli di IrpiMedia e Antonio Tricarico di ReCommon, modera Bologna for Climate Justice
Alle 13:30 | PRANZO SOCIALE con degustazione di vini naturali
Alle 15:00 | FASCISTIZZAZIONE DELLA SOCIETà, SGUARDI FEMMINISTI, Tavola rotonda
Le nostre vite si stanno fascistizzando? In che modo la riproduzione sociale, il disciplinamento dei corpi, i dispositivi di controllo cambiano e si modificano negli attuali regimi di destra? Crediamo che le posture transfemministe e l’analisi situata siano strumenti fondamentali per interrogarci su queste questioni. Vag61 dialoga con Anna Curcio (politologa femminista), Sara J Farris (Docente di Sociologia e Gender Studies, Goldsmiths-Bologna) e Tatiana Montella (avvocata femminista), per discutere e riflettere a partire da prospettive diverse, che mettano in luce i dispositivi giuridici, le trasformazioni dell’economia politica e le catture capitalistiche delle rotture femministe, cercando di immaginare così nuove pratiche di lotta.
Alle 17:00 | (R)ESISTERE: Per una Palestina Libera, Talk
Il colonialismo d’insediamento praticato dallo Stato di Israele in Palestina rappresenta una delle manifestazioni più persistenti e brutali dei sistemi di oppressione fascisti. Questo panel si propone di indagarne due aspetti: da una parte, le strategie sistematiche di espulsione e cancellazione messe in atto dalla potenza occupante; dall’altra, l’evoluzione di una resistenza che si rigenera e muta costantemente per sopravvivere a un sistema internazionale che supporta le violazioni dei diritti umani con crescente impunità. Mediterranea Bologna dialogherà con chi si confronta ogni giorno l’occupazione, tra cui il movimento palestinese Youth of Sumud e la rete anti-occupazione israeliana Ta’yush, e con la ricercatrice Federica Stagni. Analizzando le attuali pratiche di lotta quotidiana, interrogheremo le nostre stesse responsabilità: come possiamo noi, dall’esterno, smettere di essere complici dell’occupazione e sostenere attivamente la resistenza palestinese?
CENA SOCIALE con degustazione di vini naturali
Alle 21:00 | VITTORIO ARRIGONI A GAZA, di e con 𝗚𝗶𝗮𝗻𝗹𝘂𝗰𝗮 𝗙𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮, musica dal vivo con 𝗘𝗺𝗮𝗻𝘂𝗲𝗹𝗲 𝗖𝗮𝗽𝗽𝗮
“Restiamo umani”. Chiude così Vittorio Arrigoni, Vik per gli amici, assassinato nella notte del 15 aprile 2011 a soli 36 anni, le pagine del suo diario “Piombo Fuso” in cui racconta in prima persona l’assedio di guerra che l’esercito israeliano ha operato ai danni della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009. Restiamo umani è l’urlo più forte e necessario che oggi possa essere pronunciato di fronte a tutte le guerre che imperversano nel mondo, all’esodo dei richiedenti asilo e alla deriva estremista che dilaga crescente in ogni dove. La storia di Vittorio Arrigoni viene ripercorsa nella sua umanità, nei viaggi, nel desiderio di dedicarsi alla difesa dei diritti umani.
All’estro narrativo ed ai disegni di Gianluca Foglia “Fogliazza” si aggiungono le composizioni musicali originali dell’autore Emanuele Cappa (eseguite dal vivo con l’oud e la chitarra). “Vittorio – Restiamo Umani” è una narrazione di teatro civile, è un messaggio che invoca pace, subito, ovunque vi siano “palestine” nel mondo, ovunque l’odio infiammi la violenza.
Alle 22:30 | Concerti: 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗼𝘂𝗿 𝗗𝗶𝗿𝗲𝗰𝘁 (rap, Marsiglia) e 𝗠𝗼𝗱𝗲𝗿 (rap/cantautore, Ravenna)
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19 APRILE 2026
Alle 11:00 | INSEGNARE A TRASGREDIRE: PRATICHE DI RESISTENZA A SCUOLA, Talk, modera Doposcuola Solidale Vag61
La scuola pubblica è sotto attacco. Il governo Meloni, attraverso politiche securitarie e tagli strutturarali, mira a distruggerla. Il contesto mondiale non aiuta. La guerra è entrata nella scuola in maniera sottile: lo vediamo nelle nuove indicazioni nazionali del ministro Valditara. Ma di guerra e di genocidio in Palestina a scuola è difficile parlare; anzi, se se ne parla, si rischiano sanzioni disciplinari. È una svolta securitaria per certi versi inedita, come mostra ad esempio il DDL Gasparri. L* student* si ritrovano in un modello di scuola che vede nei metal detector la soluzione a problemi ben più complessi e difficilmente trovano un margine per la libertà e l’azione politica. Oggi come ieri sono necessarie pratiche di resistenza per difendere la scuola democratica. Ne parliamo con: Giuseppe Curcio (Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università), Veronica Vicinelli (Docenti per Gaza), Student3 medi Cas, Delegazione Istituto Mattei
Alle 13:30 | PRANZO SOCIALE con degustazione di vini naturali
Matinée musicale con ANAFEM (transfem militant rap)
Alle 15:00 | REMIGRAZIONE: INFRASTRUTTURA DEI NUOVI FASCISMI, Talk, modera Mediterranea Bologna
Remigrazione non è un concetto astratto, il rigurgito di un’ideologia suprematista ormai relegata al passato; rappresenta a tutti gli effetti un programma politico attorno al quale i partiti ed i movimenti di estrema destra, in Europa e non solo, stanno accrescendo il loro consenso. Ciò non viene dal nulla, da anni siamo espostə ad una narrazione intrisa di odio e razzismo, che ha finito per normalizzare discorsi finora inaccettabili, pronunciati senza più alcuna reticenza. Il pensiero alla base della remigrazione è sorretto e si alimenta di politiche securitarie e criminalizzanti nei confronti delle persone in movimento e delle soggettività razzializzate; politiche che trovano in un sistema socio-economico escludente la loro stessa ragione di esistere. Attraverso lo sguardo di Elia Rosati (storico, Università Statale di Milano) proveremo a dare una chiave di lettura del presente. Insieme a Stella Arena (avvocata, Asgi), analizzeremo le frontiere di oggi, quelle esterne così come quelle interne alle nostre città, linee del colore e di classe, che impongono una gerarchia alla mobilità umana. Attraverso i contributi di Arci Porco Rosso e Lam Magok (Refugees in Lybia), smonteremo la narrazione mainstream che si nutre di etichette, a partire da quella di “scafista”, senza mai per davvero denunciare l’assenza di canali legali e sicuri di ingresso in Europa e le complicità dell’Italia nei suoi rapporti con Paesi come la Libia. Ma soprattutto, condivideremo pratiche di resistenza dal basso e rifletteremo insieme su qual è il contributo che può dare la società civile tutta.
Alle 18:00 | STOMACO: RACCONTO TRA PALCO E LIBRO, DAL G8 DI GENOVA A OGGI, performance teatrale a cura di Giorgia Mazzuccato (attrice e autrice transfemminista)
Questa performance multiforme, tra monologhi tratti dallo spettacolo “Stomaco” e la lettura di alcuni passaggi dell’omonimo libro, coinvolge il pubblico in un racconto che parte dal trauma collettivo del G8 di Genova 2001 per provare a restituire una mappa storica e sociale nella quale orientarsi oggi. Gaslighting istituzionale, repressione politica del dissenso, colonialismo imperante, piazze in lotta, questa performance ci ricorda che quello che viviamo oggi ha radici passate e ora è nostra responsabilità prendere posizione ed esporci. Nella seconda parte dell’evento, al termine della parte più “scenica”, si costruirà una riflessione a partire dai temi trattati anche durante le giornate del festival aprendo il dialogo con il pubblico presente
📍 𝗚𝗶𝗼𝘃𝗲𝗱𝗶̀ 𝟭𝟲 𝗮𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 𝗼𝗿𝗲 𝟭𝟴:𝟬𝟬 Presentazione pubblica multimediale del progetto C.A.S.A. in Cisgiordania
Iniziativa a cura di Bologna for Climate Justice nell’ambito della Climate Justice University
🎤 18:00 | talk pubblico
Presentazione pubblica multimediale del progetto C.A.S.A. in Cisgiordania
La comunità agricola di Mondeggi Bene Comune da più di una anno intreccia rapporti con alcune delle comunità di resistenza contadina in Cisgiordania, West Bank, Territori Occupati Palestinesi. In West Bank è sempre stato pericoloso essere una contadina o un pastore. Se vivi vicino a delle colonie israeliane, portare le pecore al pascolo o fare la raccolta delle olive può essere un problema. L’obiettivo di questo progetto pilota è quello di creare un movimento di persone afferenti al mondo del lavoro agricolo, che volontariamente prestino la propria competenza per facilitare alcune operazioni in campo.
Prima di diventare templi del silenzio e del biglietto numerato, le sale cinematografiche erano ambienti ibridi e popolari, spazi attraversati da persone marginali, rumorose, curiose, dove si sperimentavano linguaggi nuovi e si costruivano immaginari collettivi. È a quell’idea di cinema che vogliamo tornare.
La Tana della Talpa non è solo una sala di proiezione, ma un appuntamento (quasi) settimanale gratuito, aperta dalle 19:30, in cui il cinema diventa un pretesto per stare insieme.
Giovedi 9 aprile la proiezione di:
Matango (titolo originale: マタンゴ) Ishirō Honda, 1963, Giappone, 90′ Il flim diretto da Honda, celebre per aver creato Godzilla, è una cupa allegoria sul conformismo ed il peso delle differenze sociali.
Un gruppo di naufraghi trova rifugio su un’isola remota e misteriosa. Qui scoprono un relitto abbandonato carico di provviste e uno strano diario che parla di una spaventosa mutazione. Ben presto i superstiti iniziano a consumare dei funghi presenti sull’isola, senza poter prevedere quali saranno le conseguenze che li aspettano.
Quello che segue è un horror atipico che parla di isolamento, desiderio e perdita di controllo. Più che un film di mostri, è una discesa lenta e disturbante dentro la natura umana. Honda, con la sua regia esperta, trasforma questa storia apparentemente bizzarra in una riflessione profonda sulla perdita di identità e sulla fragilità degli uomini di fronte all’istinto.
Spesso snobbato come un B-movie grottesco, con gli anni ha guadagnato lo status di film di culto, apprezzato per la sua atmosfera claustrofobica e il suo sottotesto psichedelico di critica sociale.
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Militarizzazione, criminalizzazione, violenza, razzismo e un’economia di guerra dettata da interessi imperialisti e coloniali minano alla radice le nostre esistenze e il significato stesso delle parole libertà e solidarietà. Di fronte alla crescente morsa repressiva e coercitiva dello stato sui nostri corpi e sulle nostre vite, sentiamo la necessità di incontrarci per costruire insieme percorsi di lotta e di resisteza collettivi.
Venerdì 10, sabato 11 e domenica 12 aprile, in occasione della visita a Bologna di attivistx internazionali tra cui Ruthie e Craig Gilmore, stiamo organizzando delle giornate dedicate alle lotte abolizioniste contro carcere, repressione e tutte le gabbie che ci opprimono. L’abolizionismo per noi è un progetto politico rivoluzionario, che prevede lo smantellamento di tutte le istituzioni, le forme e le figure della violenza e della cultura suprematista cis-etero patriarcale: dal regime carcerario alle frontiere, dalla polizia agli eserciti, dal controllo sociale alla criminalizzazione del dissenso. Costruire comunità, cura collettiva, autodeterminazione di persone e popoli, libertà di movimento è al centro delle nostre lotte.
Abbiamo immaginato tre giornate di incontri, assemblee, laboratori e momenti di discussione e confronto collettivo: non per riformare l’esistente ma per costruire assieme alternative radicali per cambiare tutto.
Programma:
venerdì 10 aprile @Vag61 via Paolo Fabbri 110
ore 17.30 – chiacchera con Ruthie e Craig Gilmore
sabato 11 aprile Lazzaretto occupato
ore 09:30 – assemblea di apertura delle giornate
12:00 pranzo solidale
14:00 – assemblea pomeridiana
domenica 12 aprile Scipione dal ferro
ore 10:30 – laboratori
ore 13:00 pranzo solidale
ore 15:00 – assemblea di chiusura delle giornate
Abbiamo lanciato anche una raccolta fondi per ricevere supporto nella copertura degli alti costi di organizzazione, tra cui spese di viaggio di alcunɜ attivistɜ internazionali che saranno presenti. >> SOSTIENI LA RACCOLTA FONDI AL LINK https://sostieni.link/40320
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Sabato 7 aprile @Vag61 ore 19:00 – Presentazione di Teglie di rabbia, alla presenza dell’autore
La letteratura working class svedese sbarca finalmente in Italia.
Henrik Johansson, sarà in tour con le sue “Teglie di rabbia” dal 2 al 15 aprile, passando da Pisa, Bologna, Reggio Emilia, Genova e Livorno. E il 12 aprile sarà al Festival di letteratura working class a Campi Bisenzio (Fi).
Cresciuto in una famiglia della classe lavoratrice svedese, Johansson ha lavorato come operaio in una panetteria industriale e poi come cuoco. Scrive regolarmente su “Klass”, organo dell’Associazione degli scrittori working class svedesi.
“Teglie di rabbia” racconta la storia di Raya, giovane operaia addetta ai forni di un panificio industriale. Una storia che comincia come un romanzo di fabbrica, ma in una notte di tempesta prende rapidamente le tinte di una tragedia shakespeariana, dove il potere e il tradimento incombono e i protagonisti si trovano bloccati in un impianto, di notte, nella furia degli elementi, in una versione nordica e industriale di un giallo classico.
Raya, giovane operaia addetta ai forni di un panificio industriale, è cresciuta in fabbrica: sua madre lavora al confezionamento, il patrigno Werner è un caporeparto. La fabbrica per Raya è una seconda casa, ma anche uno spazio di tensione, paura e fatica. A fianco di Raya, inquieta per l’assenza dell’unica altra donna del reparto, si alternano Adrian, un giovane interinale; Iván, un immigrato cileno, infornatore abile ma condannato alla precarietà; e Roy, veterano dell’impasto, volgare e sessista, incarnazione di una cultura maschilista e cinica contro cui Raya lotta senza esitazioni. Per sopravvivere in questa fabbrica di pane, ci sono due strade: o accettare e normalizzare favoritismi, silenzi e abusi, o provare a lottare per un lavoro degno resistendo a un sistema che, attraverso la precarietà, consuma le persone come un impasto di farina e lievito. Così il pane, simbolo di cura e condivisione, può diventare un emblema di riscatto, perché “compagno” è – alla lettera – chi mangia il pane con te. Ma questa storia, che comincia come un romanzo di fabbrica, in una notte di tempesta prende rapidamente le tinte di una tragedia shakesperiana, dove il potere e il tradimento incombono e i protagonisti si trovano bloccati in un impianto, di notte, nella furia degli elementi, in una versione nordica e industriale di un giallo classico. Un racconto dall’ultima generazione della letteratura working class svedese, un filone che ha una genealogia alle spalle enorme e un vivace scenario contemporaneo, che finalmente arriva al pubblico italiano.
L’ultimo fiume selvaggio d’Europa è a un bivio. Comitati e associazioni si battono contro le grandi opere previste lungo l’ultimo fiume che conserva ancora le caratteristiche originali di molti corsi d’acqua alpini, come l’ampio alveo dinamico a canali intrecciati.
20:00 | cena benefit a sostegno della campagna Lince_occhi sugli abusi
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Ricordare Orso non è un esercizio di nostalgia. È un atto di presenza nel tempo che abitiamo, un tempo in cui la guerra torna linguaggio quotidiano, le frontiere si irrigidiscono, le democrazie si fanno armate e la paura diventa strumento di governo.
In questo mondo che scivola verso l’autoritarismo globale, la scelta di Orso continua a parlarci: non come mito, ma come pratica. La sua partenza per il Rojava è stata la risposta concreta a una domanda che ci riguarda tuttə: come si difende la libertà quando la libertà viene compressa ovunque.
Oggi, mentre i conflitti si moltiplicano e le potenze giocano a ridisegnare il pianeta, i movimenti libertari e la sinistra extraparlamentare restano uno dei pochi spazi che rifiutano la logica del “non c’è alternativa”. Siamo ancora qui a costruire comunità, a intrecciare solidarietà, a immaginare mondi che non si piegano alla violenza dei confini e dei mercati.
Per questo Orso è memoria viva. Perché ci ricorda che la dignità non è un concetto, ma un gesto. Che l’internazionalismo non è passato, ma necessità. Che la libertà si difende solo se la si pratica insieme.
Lo ricordiamo così: con la cura ostinata degli spazi che abitiamo, con la rabbia lucida di chi non accetta l’ingiustizia come destino, con la tenacia di chi continua a credere che un’altra storia sia possibile.
Orso vive nelle lotte che non arretrano. Nelle comunità che resistono. Nelle strade che ancora attraversiamo insieme.
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Qual è il rapporto del cibo con la crisi climatica? Quali sono gli aspetti culturali, storici, economici e politici che si intrecciano sulle nostre tavole? In quali modi l’ossessione per le “tradizioni” gastronomiche trasforma le città? Cosa significa avere accesso al cibo, e riempire il piatto?
Ne parleremo il 17 marzo a VAG61, in una serata che, dopo il dibattito, ospiterà una cena sociale a sostegno di Fornelli Ribelli e del progetto di costruzione di una cucina collettiva.
Vi aspettiamo alle 18.00 per discuterne con:
– Federica Timeto, Università Ca’ Foscari Venezia
– Paolo Savoia, Università di Bologna
– Fornelli Ribelli
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NO ai CPR, l’emergenza è il governo Meloni Sabato 14 marzo alle ore 15,30, manifestazione con partenza in Piazza XX Settembre
Parteciperemo alla manifestazione regionale del 14 marzo perché siamo contrari alla riapertura di un CPR nella nostra città e nella nostra regione e ci batteremo con tutte le forze, come abbiamo fatto fino alla chiusura del CPT/CIE di via Mattei nel 2013.
Il ministro dell’Interno Piantedosi, stuzzicato dalla disponibilità a discutere del presidente della regione De Pascale, è ritornato alla carica per riaprire un centro di detenzione per migranti a Bologna. Nel frattempo l’ex sindaco di Firenze, oggi parlamentare europeo del PD, ha dichiarato che i CPR non servono, mentre i CPT, voluti dalla Legge Turco-Napolitano, erano utili. E si è rifatto vivo perfino Minniti (quello degli accordi per i lager in Libia) per dire che sono necessari.
Insomma, il governo Meloni, facendo un parallelo strumentale tra immigrazione e pericolosità sociale, punta sui Centri per il Rimpatrio come uno dei tasselli fondamentali per i vari decreti Sicurezza che ha emanato. Ma pure alcune forze politiche del cosiddetto “campo largo” non ripudiano la “detenzione amministrativa” per i e le migranti che leggi dello Stato (come la Bossi-Fini) hanno trasformato in “soggetti illegali”, costringendoli/e a una condizione di irregolarità organicamente prodotta dallo stesso sistema di governo delle migrazioni.
Nel corso degli anni hanno cambiato nomi, ma dietro a quei maledetti acronimi che sono stati, di volta in volta, affibbiati ai centri di detenzione per migranti, lo Stato ha attivato delle vere e proprie “zone di eccezione” dove si sono sperimentate la sospensione “temporanea” dei diritti e l’estensione dell’arbitrio, e si sono collaudate tecniche di controllo e di disciplinamento da espandere poi al resto della società. È sempre così: quando si accetta che alcuni vivano in uno spazio dove i diritti valgono meno, si finisce per accettare che i diritti valgano meno per tutti.
Nello scenario prodotto dall’ultimo decreto Sicurezza varato dal governo fascio-leghista, i CPR diventano, come e più di prima, luoghi dove si effettua la “detenzione senza reato” e dove si esercita un potere sempre più brutale e sempre meno disposto a riconoscere limiti al proprio esercizio. Inoltre, nel nuovo decreto, colpisce molto, accanto al termine “detenuti”, l’uso della parola “internati” (un vocabolo utilizzato per le misure di sicurezza e la pericolosità sociale). In questo modo si sta dando vita a un impianto normativo che, per le persone migranti, rafforza il legame tra carcere, identificazione ed espulsione, contribuendo a spostare la gestione della presenza straniera solo dentro una cornice securitaria.
Meloni e Piantedosi sono appieno consapevoli che il rimpatrio o l’espulsione sono e rimarranno a lungo una percentuale assai ridotta rispetto ai flussi migratori. Il celebre annuncio della presidente Giorgia Meloni (intervento repressivo sull’orbe terracqueo) rimane una trovata di rozza propaganda elettorale, senza alcun legame con quello che avviene quotidianamente nel gran mare del fenomeno migratorio. Ma questo “nervo scoperto” viene nascosto dall’esercizio di un potere punitivo, sganciato da limiti e vincoli, in nome di un ordine sociale che prevede una diversa violabilità della libertà personale per donne e uomini migranti.
Vorremmo che fosse chiaro: la vera emergenza odierna, che produce povertà e disagio sociale, è rappresentata dal progressivo deterioramento dello stato di tutela dei diritti fondamentali delle persone migranti. E vorremmo che ci si rendesse conto che tutto questo rappresenta il preambolo di politiche repressive e di controllo tese a colpire le diverse forme di dissenso e di opposizione presenti nel paese. La storia insegna sempre la stessa cosa: quando si accetta che qualcuno valga meno, si apre la strada perché chiunque possa valere meno.
E in tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo e con la situazione da Stato di polizia che si sta determinando, tutto questo si può solo inasprire.
Per questo condanniamo anche l’ambiguità di chi, come il presidente della Regione Emilia-Romagna, rincorrendo la destra sui temi della sicurezza, si è dichiarato disponibile a discutere sulla possibilità di riaprire nei nostri territori un centro di detenzione per migranti.
A Bologna, dal 2000 al 2013, ci fu una opposizione prolungata che portò alla chiusura dell’allora CIE/CPT. I movimenti e diverse organizzazioni sociali si ribellarono, con una pluralità di forme e di pratiche di lotta; si arrivò fino allo smontaggio del lager di via Mattei.
È un pezzo di storia collettiva su cui non si può tornare indietro. E ogni volta che si prova a cancellare la memoria delle lotte, si tenta anche di cancellare la possibilità stessa di resistere.
Lo diciamo senza indugi: ci batteremo ostinatamente per impedire che a Bologna, in Emilia Romagna e altrove venga aperto un nuovo lager etnico.
Per questo scenderemo in piazza sabato 14 marzo insieme ad altre realtà della nostra regione, sperando di essere in tante e tanti.
Le compagne e i compagni di Vag 61
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la presentazione di due volumi in chiave abolizionista
– DECOSTRUIRE LA PENA: PER UNA PROPOSTA ABOLIZIONISTA, di Giuseppe Mosconi, Ed. Meltemi 2024
– ABOLIRE L’IMPOSSIBILE: LE FORME DELLA VIOLENZA, LE PRATICHE DELLA LIBERTA’, di Valeria Verdolini, Ed. Add 2025
Partecipano:
Valeria Verdolini, Giuseppe Mosconi, Alvise Sbraccia (Antigone Emilia-Romagna)
All’interno della cornice politico-culturale ormai storicamente consolidata del securitarismo e a fronte dell’accelerazione delle derive autoritarie che aggrediscono forma e sostanza delle democrazie occidentali, il rilancio e lo sviluppo di prospettive critiche che affrontino i processi di criminalizzazione e le loro ricadute istituzionali appaiono quanto mai necessari. I tratti regressivi e ossessivi del panpenalismo contemporaneo, che si configurano per la loro pervasività ideologica, si connettono infatti ad effetti drammaticamente sostanziali nel campo della giustizia penale e nei comparti della detenzione. L’estensione di un controllo penale incapace di affrontare e gestire le problematiche sociali legate a vasti processi di marginalizzazione può essere contrastata attraverso gli strumenti propri degli approcci abolizionisti che iniziano a farsi largo in ampie aree del pensiero critico.
All’interno della 3 giorni in ricordo di Francesco Lorusso e dei movimenti del 77 bolognese, il Centrodoc “Lorusso-Giuliani” organizza l’incontro: LA DIFESA GIURIDICA MILITANTE DI FRONTE ALL’ILLEGITTIMITÀ DEL POTERE
Le storie del Collettivo Politico Giuridico di Bologna (dai primi anni Settanta al ’77) e del Genoa Legal Forum (per le mobilitazioni del luglio 2001 contro il G8), le voci di avvocatə, un linguaggio comune condiviso in contesti e generazioni differenti. Un sentire etico e politico capace di tracciare un filo rosso di esperienze professionali e di militanza che si sono realizzate in fasi storico-politiche diverse. E oggi, al tempo del populismo penale, dei ripetuti “decreti sicurezza” e delle zone rosse, di fronte a una nuova (inventata) “emergenza antagonista”e a un clima repressivo da “Stato di Polizia” come si organizza e si mette in relazione l’assistenza legale di compagne e compagni?
Ne parliamo con:
Milli Virgilio, avvocata penalista Alessandro Gamberini, Emanuele Tambuscio, avvocato penalista Elia De Caro, avvocato penalista Gian Andrea Ronchi, avvocato penalista e del lavoro Valerio Monteventi, Centro di documentazione dei movimenti “F. Lorusso-C. Giuliani” modera: Giulia Carati
GIOVEDÌ 12 marzo – ore 18 a Vag61, via Paolo Fabbri 110
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Si pensava che fosse difficile fare peggio di Cofferati, che caratterizzò il suo mandato con gli sgomberi sul Lungoreno, le ordinanze antilavavetri e il coprifuoco alcolico, ma questa giunta sta rischiando di superarlo a destra mettendo in pratica, nei fatti, i decreti sicurezza del governo Meloni.
L’uso della polizia nei conflitti sociali ed ambientali sta diventando un brutto vizio: i manganelli e i lacrimogeni che sono caduti sulle teste dll3 student3 e dell3 manifestanti qualche mese fa, sono prodotti della stessa ditta.
Siamo dalla parte delle persone che sono state caricate e arrestate e con loro siamo solidali.
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Parleremo insieme partendo dalla presenza trans e queer nella scorsa flotilla del 2025 passando al progetto della Rafi Queer, una barca transfemminista costruita dal basso verso la prossima flotilla.
Strumenti per portare avanti la lotta per la Palestina libera, come froce e queer ci organizziamo attraverso diverse pratiche e strategie ponendo al centro il sostegno alla resistenza palestinese contestando il sistema coloniale e sionista che strumentalizza le nostre lotte contro il pinkwashing, razzismo e islamofobia. Denunciando le complicità dell’occidente nei suoi legami con lo stato imperialista.
Ci interroghiamo su come costruire pratiche che attraversino ogni spazio per sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese anche verso lo sciopero dell’otto marzo con Non una di meno.
Parte del ricavato andrà a sosostegno di Rafi Queer boat project
…a seguire tutt3 ad Ateliersì per festa @nudmbologna! Sgambettiamo verso L’ottomarzo, il 9 sciopero!
Prima di diventare templi del silenzio e del biglietto numerato, le sale cinematografiche erano ambienti ibridi e popolari, spazi attraversati da persone marginali, rumorose, curiose, dove si sperimentavano linguaggi nuovi e si costruivano immaginari collettivi. È a quell’idea di cinema che vogliamo tornare.
La Tana della Talpa non è solo una sala di proiezione, ma un appuntamento settimanale gratuito, aperta i venerdì dalle 19:30, in cui il cinema diventa un pretesto per stare insieme.
Questa settimana: Il Piccolo Punk (Der Kleene Punker), 79’, Michael Schaack,1993
Film d’animazione ambientato in una Berlino grottesca e surreale, segue le disavventure di un piccolo punk irriverente e marginale insieme con la sua banda. Tra satira sociale e spirito underground, è un racconto ribelle che gioca con stereotipi, potere e anarchia urbana.
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con Massimiliano Trentin (Università di Bologna), Giorgia Baldi (University of Sussex) e Sandro Mezzadra (Università di Bologna) e Samir Aita (Le Cercle des Economistes Arabes).
Mentre le temperature medie globali si alzano di anno in anno, è iniziata una nuova corsa agli armamenti. Nella congiuntura di guerra, il genocidio in Palestina è anche un ecocidio. Come osserva lo studioso Andreas Malm, in quell’angolo di mondo sconvolto dalla brutalità dei bombardamenti indiscriminati si intrecciano da almeno un secolo e mezzo colonialismo e riscaldamento globale, questione palestinese e combustibili fossili. Come le lotte ecologiste possono contribuire a rafforzare il supporto alle mobilitazioni contro il genocidio e al fianco del popolo palestinese?
A seguire cena sociale di autofinanziamento per la Climate Justice University
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Venerdi 27 a Vag61 faremo un punto della campagna di azionariato gkn e daremo supporto tecnico a chi deve ancora depositare le proprie azioni per l’azionariato gkn.
Ad oggi, il consorzio industriale della regione toscana, che i lavoratori avevano chiesto e per cui avevano scritto e fatto approvare la legge regionale, è una scatola vuota. Rompere l’immobilismo e il boicottaggio con un’azione: da Dicembre è iniziata la raccolta quote dell’azionariato popolare per salvare la fabbrica socialmente integrata e la reindustrializzazione dal basso. Non solo, adesso è anche possibile effettuare delle semplici donazioni. Lanciamo uno schiaffo a riarmo e guerra, con la reindustrializzazione dal basso.
Le flottiglie di mare che ci sono state e ci saranno, devono avere anche un corrispettivo sulla terra, nell’economia. In gkn si è data una proposta di come potrebbero essere fatte queste imbarcazioni: fabbriche sotto controllo collettivo convertite alla produzione ecologica. Noi continuiamo a credere che con GKN possiamo mettere a terra una ammiraglia della Flottilla di terra che verrà, una esperienza positiva contagiosa che può far vedere concretamente che esiste un altro mondo che deve nascere e sostituire questo mondo che ormai non farà altro che autodistruggersi.
In fin dei conti, se questa campagna riesce, la domanda sarà: a cosa servono “loro”?
📍Vag 61 – Via Paolo Fabbri 110 dalle 18:30
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PROGRAMMA
Assemblea sull’azionariato popolare e supporto tecnico alle adesioni
Lancio Festival Working Class -SENZA CHIEDERE PERMESSO
Cena sociale a supporto delle lavoratrici e lavoratori ex GKN
Tutto il ricavato della serata sarà a sostegno della vertenza exGKN
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Vi aspettiamo il 24 febbraio dalle 18:00 per confrontarci sull’impatto dell’industria della moda sull’ambiente e sulle geografie della città. Smontiamo insieme le ricadute del capitalismo coloniale che sfrutta le popolazioni fragili per soddisfare i nostri bisogni indotti e immaginiamo e raccontiamoci alternative al fast fashion.
Per il diritto al bello e per creare nuove forme di socialità fuori da sfruttamento e sovraproduzione.
Ci vediamo alle 18.00 per la discussione collettiva insieme a Le Gazze, exAequo e Gomito a Gomito.
A seguire Swap party a cura de Le Gazze + Piccolo Laboratorio di Serigrafia + Cena
Porta con te un capo che vorresti scambiare o a cui dare nuova vita!
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PRIMA, DURANTE E DOPO L’ALLUVIONE – LEGGERE, ATTRAVERSARE E TRASFORMARE L’EMERGENZA
Le alluvioni del 2023 e 2024 in Emilia Romagna hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema del territorio e della sua gestione. Ma c’è un prima, un durante e un dopo che caratterizzano ogni “emergenza” che attraversa i luoghi che abitiamo. Ci sono cause e responsabilità, di istituzioni e attori privati che operano in questi luoghi, e possibilità per definire collettivamente in che direzione si vuole andare, e come farlo.
Ci incontreremo sabato 14 febbraio al Vag61 a Bologna per un pomeriggio di auto-formazione a partire da uno sguardo complessivo al territorio romagnolo, alle infrastrutture di presunta decarbonizzazione in fase di costruzione e alle possibili implicazioni collegate alla loro interazione con un territorio fragile, esposto a eventi meteorologici estremi e all’ erosione costiera. Guarderemo assieme a come si interviene durante un’alluvione e quali altri modi ci sono per immaginarlo diversamente, e quindi a come organizzare ciò che viene dopo, con uno sguardo sistemico e focalizzato sull’ azione dal basso trasformativa.
Difendere Askatasuna oggi significa guardare senza tremare dentro l’abisso che si è aperto nel presente. Vivere in un Paese dove la precarietà è una condizione di vita generalizzata, dove i salari non ti permettono di vivere, dove il lavoro per tante e tanti si sta trasformando in schiavitù, dove la casa è un miraggio, dove le città si stanno trasformando a misura dei ricchi e il disagio sociale è la condizione quotidiana di moltissime persone: è dentro questo paesaggio che il gelo politico trova terreno fertile. I nuovi ddl sicurezza, le misure preventive, la trasformazione del dissenso in minaccia: tutto concorre a una landa amministrata dove la vita rimane immobile se non vuole essere colpita. È un gelo che non nasce dal clima ma dal potere, che si insinua nelle vene delle città per irrigidire ogni gesto che non sia obbedienza.
Gli spazi sociali – Askatasuna, come tanti altri – sono luoghi attrezzati contro questo gelo. Sono fenditure incandescenti nel cemento, radure che resistono anche quando tutto intorno si fa inverno. Qui la comunità non è un concetto, ma una foresta che cresce nel sottosuolo: radici che si intrecciano, linfe che circolano, rami che si sostengono. Una giungla rigogliosa che non chiede permesso per esistere. È questo calore che viene colpito: perché dimostra la fallacia della naturalizzazione, ovvero che un’altra forma di città è possibile, concreta, quotidiana, irriducibile.
Lo scenario che questo governo sta costruendo si fonda sulla creazione di un nemico interno, sulla normalizzazione di pratiche fasciste e repressive e sulla criminalizzazione dell’antifascismo. Lo sgombero di Askatasuna va esattamente in questa direzione: cancellare spazi di espressione e di alternativa, imponendo un modello di società e di città che non ci appartiene. Una logica che risuona anche altrove: nell’ICE statunitense — l’apparato che detiene migranti, separa famiglie, congela esistenze intere — vediamo il punto più freddo della stessa razionalità che considera alcune vite sacrificabili, alcuni movimenti illegittimi, alcune presenze da neutralizzare. È lo stesso gelo, solo più estremo.
La nostra resistenza nasce da altri immaginari e da altre lotte: dalla resistenza del popolo curdo, dall’autorganizzazione delle donne del Nord-Est della Siria, fino ai movimenti per la Palestina che hanno riempito le strade. Da qui continueremo a costruire e difendere città libere, solidali e antifasciste.
Da una parte il deserto: frontiere, detenzioni, città ridotte a corridoi sorvegliati. Dall’altra il calore: assemblee, relazioni, spazi che resistono come foreste in espansione. È questo il conflitto reale: non tra ordine e disordine, ma tra sterilità e vita.
La manifestazione in difesa di Askatasuna è un rialzarsi collettivo che non chiede il permesso di esistere. È un movimento che rompe la crosta del presente e lascia intravedere ciò che ancora può germogliare. È un atto di volontà contro il gelo: non un gesto simbolico, ma una dichiarazione di esistenza. Dire che non accettiamo un Paese che guarda ai modelli più disumani di gestione delle migrazioni mentre chiude i luoghi dove la solidarietà è pratica quotidiana. Dire che la sicurezza non è gelo, ma diritti; non è controllo, ma possibilità; non è paura, ma futuro condiviso.
Come Vag61 saremo in piazza perché ciò che oggi difendiamo non è solo uno spazio: è la temperatura stessa della nostra vita comune. Difendere Askatasuna significa difendere la dignità di chi resiste, la memoria di chi ha costruito, la promessa di una città che, nonostante tutto, continua a fiorire nel buio.
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Vi aspettiamo venerdì 30 gennaio per la proiezione di “𝐼𝑙 𝐺𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝐺𝑖𝑜𝑐𝑜. 𝑀𝑖𝑙𝑎𝑛𝑜-𝐶𝑜𝑟𝑡𝑖𝑛𝑎: 𝑖𝑙 𝑟𝑜𝑣𝑒𝑠𝑐𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑎𝑔𝑙𝑖𝑒”, documentario critico sulle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, a cura del Comitato Insostenibili Olimpiadi e del laboratorio 𝗢𝗳𝗳 𝗧𝗼𝗽𝗶𝗰.
h.19:00 – Tavola Rotonda
A seguire cena sociale
h. 21:00 – Proiezione de Il grande gioco
Il documentario vuole fare luce sul saccheggio economico, sociale e ambientale che le Olimpiadi Milano Cortina 2026 portano su città, valli e montagne. Infatti, mentre realtà locali e nazionali si battono contro la gigantesca macchina retorica di Milano-Cortina 2026, questo evento viene sponsorizzato come “il più sostenibile” e “il più trasparente”, nonostante i danni ambientali e la chiara opacità degli appalti, denunciati ormai da decine di inchieste.
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MARTEDI’ 20 GENNAIO ‘026 h.18:30 Piazza del Nettuno
Nel tempo in cui le ombre tornano a rivendicare il diritto di governare il mondo, nel tempo in cui dottrine di odio si rivestono nuovamente di sacralità e disciplina, la Rivoluzione del Rojava si trova oggi al centro di un assedio che va ben oltre i suoi confini geografici.
Nelle ultime ore, le forze governative e le milizie jihadiste hanno intensificato gli attacchi contro l’amministrazione democratica del Nord-Est della Siria. Non si tratta soltanto di avanzate armate, ma di un tentativo sistematico di spezzare un’esperienza politica che, con ostinazione rara, ha dimostrato che la convivenza tra popoli è possibile, che l’autogoverno non è utopia, che la libertà delle donne può diventare architettura istituzionale.
Questo attacco non nasce nel vuoto. Esso si iscrive nella rinascita globale di un oscurantismo teocratico e autoritario che, con nomi diversi e simboli rinnovati, ripropone ovunque la stessa logica: disciplina assoluta, identità imposta, annientamento del dissenso, eliminazione di ogni forma di immaginario di una società alternativa.
Un nuovo nazismo spirituale e militare, che non ha più bisogno di uniformi, ma di dogmi, che non costruisce campi soltanto con filo spinato, ma con paura e obbedienza.
Contro questa marea regressiva, il Rojava rappresenta un’anomalia luminosa. Il Rojava rappresenta una forza di opposizione reale ai governi e all’autoritarismo, Rappresenta una messa in discussione dell’idea centralizzata di governo, mettendo in pratica una società fondata sui valori della vita associata e dell’autogoverno.
Qui si è scelto di opporre alla teocrazia la laicità radicale delle assemblee, al culto del capo la rotazione del mandato, alla gerarchia sacralizzata la parità sostanziale, alla guerra permanente la difficile arte del convivere tra diverse religioni e diverse etnie Il municipalismo democratico del Rojava non è un dettaglio locale.
È una smentita vivente all’idea che il mondo sia condannato a oscillare tra imperi e fanatismi.
È la prova concreta che una politica senza tiranni può esistere, che una società fondata sull’autonomia, sull’ecologia, sulla liberazione femminile non è un’eccezione folklorica, ma una possibilità storica.
Difendere il Rojava e il confederalismo democratico oggi significa difendere l’ultimo baluardo contro la normalizzazione dell’oscurità,significa difendere e supportare un tipo di cambiamento che ci porta ad immaginare che una società diversa è possibile.
Significa affermare che la storia non deve necessariamente tornare indietro, che l’umanità non è obbligata a rassegnarsi alla restaurazione dell’odio sacralizzato.
Noi dichiariamo, con fermezza che non ammette ambiguità: la Rivoluzione del Rojava è una linea di frattura tra due epoche.
Se essa verrà spezzata, non cadrà soltanto una regione, ma una delle più alte esperienze politiche del nostro tempo, un attacco diretto alla rivoluzione delle donne e alla lotta per una società democratica.
Alla Rivoluzione del Rojava, oggi sotto attacco, va la nostra solidarietà integrale: qui non si difende soltanto una terra, qui si difende la possibilità stessa che la libertà sopravviva nell’epoca del ritorno dei dogmi, nell’epoca del nuovo autoritarismo globale.
E noi resteremo, senza esitazione, dalla parte della società democratica senza autoritarismi e che resiste senza odio.
Per lottare contro i suprematismi, logiche coloniali e ogni forma di patriarcato è necessario supportare la rivoluzione curda.
Viva la rivoluzione del popolo! Difendiamo la rivoluzione del Rojava!
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Presentazione del libro: Controdizionario del confine Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale Equipaggio della Tanimar
con l3 autor3: Enrico Fravega (Università di Genova), Jacopo Anderlini, Luca Giliberti, Vincenza Pellegrino (Università di Parma)
@ Vag61
Venerdì 23 gennaio, ore 18:30
Navigando in mare aperto bisogna avere con sé strumenti per non andare alla deriva. Nell’oceano delle migrazioni contemporanee, solcato da fratture di classe, genere e provenienza che come linee su una mappa delimitano chi può spostarsi comodamente e chi rischia la vita per sfidare frontiere militarizzate, anche le parole sono una scialuppa di salvataggio. L’Europa ha chiuso i propri confini meridionali rendendo il Mediterraneo un posto di frontiera, appaltandone il controllo a polizie nazionali e transnazionali o delegando colonialmente questa violenza strutturale ai governi autoritari di alcuni paesi di transito. Le persone la cui libertà di movimento è stata limitata hanno elaborato – ibridando lingue e risignificando termini esistenti – un linguaggio non neutro, opposto alle retoriche occidentali criminalizzanti, che restituisce il loro punto di vista e il modo in cui il viaggio è vissuto e raccontato. Parole con cui chiamare alleati, luoghi e mezzi ma anche scovare nemici, pericoli e contraddizioni, descrivere forme di solidarietà e atti di violenza. Strumenti per conoscersi e riconoscersi tentando di rompere il confine. Il Controdizionario che le raccoglie è una bussola imprescindibile per chiunque voglia orientarsi nel mare delle migrazioni, intersecare le rotte e navigare insieme.
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