Finestre aperte sulla crisi

Una raccolta di istantanee, di finestre aperte sulla crisi, di fili rossi che si intrecciano oltre l’isolamento. Questa pagina vuole provare a raccogliere piccole storie, pezzi di esperienze e racconti, lavorativi e non, per condividere ora ma soprattutto per tenere traccia. Tenere traccia dei profondi cambiamenti a cui siamo costretti, degli adattamenti e delle resistenze, degli strappi e delle cuciture che viviamo sulla pelle ogni giorno. Un puzzle da costruire insieme e a cui attingere per il futuro.

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Storia #10: home working

Distanziamento sociale e lockdown pesano per tutti e anche per me, ma so di vivere queste settimane in una condizione privilegiata. Ho un lavoro e un contratto: ho da temere come chiunque per gli effetti a lungo termine della crisi economica generata da quella sanitaria, ma non mi sono ritrovato a dover fronteggiare di colpo una caduta di reddito. Continuo a lavorare e ho la possibilità di farlo per lo più da casa, evitando una buona parte del rischio di esposizione al contagio. Lavorare da casa per me significa poter usare un personal computer che è davvero personale e una buona connessione alla rete. Posso contare su un ambiente domestico sufficientemente spazioso e non devo conciliare l’attività lavorativa con compiti di cura. E non ho neanche vicini che fanno risuonare l’inno nazionale dal balcone.

Perchè, allora, rispondere all’invito di scrivere esperienze personali che contribuiscano a raccontare la crisi in corso? Intanto, perchè la condizione favorevole descritta nelle righe precedenti può essere letta in controluce per ottenere, in questo modo, un sommario elenco delle difficoltà con cui è invece costretta a fare i conti un’ampia fascia della popolazione. Al di là della retorica profusa a piene mani dall’inizio dell’emergenza, non siamo tutti sulla stessa barca: c’è chi è esposto alla crisi in maniera molto più forte di altri e, sul versante opposto, c’è perfino chi di questa situazione è pronto ad approfittare per aumentare ulteriormente a proprio vantaggio le disuguaglianze sociali.

Poi c’è, secondo me, un altro motivo per cui può essere utile tener presente anche le condizioni simili a quella che vivo personalmente. Detto che il problema prioritario è senza dubbio quello di chi nella crisi non può lavorare oppure è costretto a farlo rischiando il contagio, cosa significa continuare a lavorare da casa nel tempo della pandemia e dell’emergenza?

Intanto, è molto spesso a sproposito che in questo periodo si sta parlando di “smart working” o, in italiano, di “lavoro agile”. Nella definizione del ministero del Lavoro: “E’ una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”. Allo stesso modo, anche la definizione di “telelavoro” va presa con le pinze: richiama infatti ad un regime di responsabilità dell’azienda rispetto alla forniture degli strumenti di lavoro e delle tutele per salute del lavoratore. A queste tipologie il “lavoro da casa”, oppure “home working”, è accomunato dall’essere parte del “remote working” o “lavoro da remoto”, cioè svolto a distanza rispetto alla sede aziendale. Ma non è affatto scontato che l’home working porti con sè le caratteristiche di autonomia e flessibilità dello smart working e le garanzie del telelavoro: il rischio, invece, è che finisca per tradursi in un trasferimento nudo e crudo delle incombenze dall’ufficio a casa, senza gli opportuni bilanciamenti e con l’aggiunta degli effetti negativi del distanziamento sociale. All’appuntamento inatteso con il lockdown l’Italia non si è certo presentata con un bagaglio di esperienze molto avanzato su questi temi e, quindi, c’è da scommettere che sia stata l’improvvisazione a farla da padrona.

Questo cosa significa, se il lavoro di cui si parla non è organizzato per “cicli e obiettivi”, come scrive il ministero, ma prevede di mantenere livelli di produttività giornaliera o anche oraria? Ad esempio, orari di lavoro che “a casa” possono diventare ancor più labili di quanto già non accada in ufficio o negli altri contesti in cui si presta la propria attività: quello dei “lavoratori iperconnessi”, del resto, era un nervo scoperto già prima del lockdown. Quello che vale per gli orari, poi, vale anche per i ritmi produttivi e per le pause. Insomma, certo, si risparmia il tempo dei trasferimenti casa-lavoro e lavoro-casa, ma al di là di questo è facile che l’operatività distaccata dal corpo aziendale e il contesto domestico, venendo meno le codificazioni e le routine del luogo di lavoro, finiscano per dilatare gli orari e accelerare l’attività. Ovviamente, c’è l’altra faccia della medaglia, perchè a distanza il lavoratore può anche avere più margini per sottrarsi ai dispositivi aziendali di comando e controllo. Ma non è sempre così, non è così per tutti.

Poi ci sono gli aspetti legati non solo a “quanto” si lavora, ma anche al “come”. E’ opportuno premettere che già negli uffici e negli altri luoghi di lavoro, molto spesso, le postazioni e gli strumenti messi a disposizione dalle aziende non garantiscono la sicurezza, la salute e il benessere dei lavoratori. E a casa? Può andar peggio. Quanti nel proprio appartamento dispongono di sedie adatte alla prolungata attività lavorativa, computer con monitor e tastiere sufficientemente ampie, ambienti opportunamente illuminati? Sono solo degli esempi, ma servono a segnalare che – anche da questo punto di vista – determinate ore di lavoro a casa non è affatto detto che siano uguali a alle stesse ore di lavoro nei luoghi ad esso deputati.

Inoltre, c’è da considerare che tutto ciò va inserito nel contesto di queste difficili settimane. Intanto, già di per sè il lavoro da casa è svolto in maniera più solitaria rispetto alle “consuete” interazioni con colleghi e altri interlocutori. Questo è un aspetto che esiste indipendentemente dall’emergenza, ma con l’emergenza assume un valore diverso. Ad esempio perchè nel corso della stessa giornata lavorativa o una volta conclusa questa, non c’è modo di “staccare” com’è indispensabile che sia, dal punto di vista tanto fisico quanto mentale: niente passeggiate o semplici boccate d’aria; la pausa pasto se va bene è fatta nello stesso contesto lavorativo, se va male è fatta davanti al pc mentre si continua a lavorare; i momenti di relax sono circoscritti all’ambiente domestico e questo rappresenta un evidente limite alla possibilità di interazione sociale (vale anche per chi abita con altre persone, ma su chi vive da solo ovviamente questo pesa ancora di più); e così via.

Infine, per molti almeno, la vita non è fatta solo di lavoro e riposo. Ci sono le attività sociali e culturali, ad esempio: come il lavoro anche queste, sempre se si hanno i mezzi necessari, possono essere portate avanti a distanza. E’ un bene, perchè indiscutibilmente rappresentano una preziosa valvola di sfogo e opportunità di reagire all’emergenza e alla crisi in maniera attiva e magari anche collettiva. Per questo, diventa difficile rinunciarvi. Allo stesso tempo, però, anche le attività di questo tipo scontano il peso delle zavorre imposte dal distanziamento. Lavoro “da casa” e altri impegni “da casa”, così, rischiano di determinare un continuum che, per quanto possa essere accogliente il contesto domestico, può paradossalmente portare ad aumento di affaticamenteo e stress. Per dirla diversamente: a parità di confinamento casalingo, i risvolti dell’home working possono far risultare molto lontana quella narrazione fatta di “almeno finalmente abbiamo il tempo per…” e “guardate cosa ci si inventa nelle case pur di combattere la noia”.

Per concludere, la mia condizione privilegiata resta privilegiata. Sarebbe ingiusto lamentarsene, sapendo che per migliaia e migliaia di famiglie e persone le conseguenze dell’epidemia sono smisuratamente più gravi. Allo stesso tempo, però, è bene prendere in considerazione anche ciò accade tra le righe: è anche qui che possono annidarsi le insidie della crisi. Anche quelle di lungo periodo: parlando del lavoro da casa, è molto probabile che il test di massa fatto in queste settimane spingerà aziende e amministrazioni pubbliche a cercare di sfruttare il più possibile gli aspetti positivi (per loro!) e i vantaggi economici dell’home working. Sicuri che sarà anche smart?

(30/04/20)

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Storia #9: “Una sanzione ingiusta”

“Capiamo che è un gesto importante, lo diciamo noi per primi”. Queste sono state le prime parole che ci hanno detto i tre finanzieri che ieri, 25 aprile 2020, alle 11:05, ci hanno fermato sotto la lapide Caduti del fascismo, al cimitero monumentale della Certosa di Bologna, mentre stavamo esercitando attivamente il nostro diritto alla memoria storica, il nostro dovere di non dimenticare e ci hanno comminato una sanzione amministrativa per aver violato il DL n.19 datato 25.03.2020: non avevamo “comprovate esigenze lavorative, di necessità né motivi di salute”.

Eravamo in due, sotto alla lapide abbiamo incontrato un’altra persona che come noi stava rendendo omaggio ai caduti “trucidati dal piombo fascista” – come recita la stessa epigrafe. In ottemperanza alle disposizioni sul distanziamento sociale, eravamo a più di un metro di distanza gli uni dagli altri, tutti muniti di apposito dispositivo di protezione individuale (la famosa mascherina), senza essere usciti addirittura dal nostro quartiere (eravamo a meno 500m da casa nostra).

A nulla sono valse queste misure e il nostro atto ci è costato, letteralmente. Lo abbiamo fatto in coscienza, assumendocene la responsabilità, e lo rifaremmo, perché crediamo nella memoria di questa giornata e siamo convinti di essere nel giusto. In un momento in cui la volontà, imposta a suon di decreti, è quella di parcellizzarci, abbiamo bisogno prima di tutto non sentirci soli e di sentire la vostra solidarietà.

Stiamo scrivendo per dare visibilità a quanto ci è accaduto e vi chiediamo di raccontare questa storia, nei modi che ritenete più opportuni: siamo convinti che la nostra sia una sanzione ingiustificata, e vogliamo farlo sapere.

Abbiamo anche un’altra richiesta: se sapete di altre persone che hanno subito questo trattamento e soprattutto di azioni collettive in risposta alle sanzioni attribuite in questa giornata, vi chiediamo di farcelo sapere, per valutare insieme con quali modalità contestare il verbale.

Bologna, 25 aprile 2020: resistenza

Sabina e Salvatore

(26/04/20)

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Storia #8: collaboratore sportivo

Il decreto “Cura Italia” ha previsto l’estensione dell’indennità forfettaria, legata all’emergenza Covid19, per i lavoratori autonomi e parasubordinati anche ai collaboratori sportivi. Forse per la prima volta i collaboratori sportivi erano citati e riconosciuti come categoria professionale. Venendo da una quotidianità di lavoro senza contributi, ferie, malattia, copertura degli infortuni e quant’altro, sembrava una positiva inversione di tendenza, oltre che un aiuto concreto nel momento di emergenza. Nel decreto applicativo è arrivata invece la doccia fredda. Il fondo, limitato a 50 milioni di euro, verrà gestito esaurendo prima le domande di chi nel 2019 non ha superato la quota di 10.000 euro di rimborsi sportivi.

Viene meno quello che doveva essere l’obiettivo dichiarato del provvedimento: tutelare chi vive della professione di collaboratore sportivo. È evidente, infatti, che solo chi si divide con altre professioni, o è ancora di fatto mantenuto almeno parzialmente dai genitori, possa restare sotto i 10.000 euro. Chi realmente vive della professione di allenatore/istruttore supera inevitabilmente tale quota, e peraltro già durante l’anno paga le tasse attraverso una notevole ritenuta del 23% (più addizionali regionali) sui redditi oltre i 10.000 euro.

Il paradosso è che il provvedimento governativo esclude, o tenta di farlo, chi ha anche altri tipi di entrate (reddito da lavoro dipendente o da partita Iva, reddito di cittadinanza, altre indennità legate al Covid19, redditi dei genitori per figli ancora a carico). Per questo penalizzare chi invece ha solo questa entrata e logicamente supera la quota risulta beffardo e inspiegabile. A beneficiare dell’indennità saranno figure ibride di precari che lavorano anche in ambito sportivo e per vari motivi non rientravano nelle altre categorie previste dal decreto, o giovani allenatori ancora aiutati economicamente dalla famiglia senza risultare a carico, e tutto questo è assolutamente positivo. Solo, non può essere a discapito di chi lavora a tempo pieno nel settore. A pensar male, un’altra categoria potenzialmente favorita è quella di chi riceve in nero parte dei compensi in modo da non superare i 10.000 euro e non dover pagare la ritenuta. È una pratica che purtroppo sicuramente esiste, impossibile stabilire quanto sia diffusa.

Come sempre accade, le angolazioni da cui vedere il problema possono essere molteplici, e il meccanismo della “guerra tra poveri” deve essere evitato. L’unica soluzione possibile è l’eliminazione della norma che penalizza chi ha superato i 10.000 euro e l’estensione dell’indennità a tutti gli aventi diritto, con adeguato stanziamento di fondi.

(09/04/2020)

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Storia #7: operatrice sanitaria

Il 9 marzo, forse, non ricordo bene, è scattata una Maxiemergenza. Un evento macroscopico e catastrofico che travalica le potenzialità di risposta delle strutture locali.

Quello che ne deriva per chi nell’emergenza ci lavora, per chi di emergenza vive, è una fase di attivazione psicomotoria, è una fase eroica. Nella psicologia dell’emergenza per fase eroica si intende quel momento in cui i sopravvissuti si occupano della salvaguardia delle vittime, senza occuparsi della propria sicurezza, tralasciando l’amor proprio per l’amor collettivo, sfiorando il rischio, vivendolo.

Sono Dottoressa in Psicologia, lavoro come educatrice e mi occupo dei disturbi del comportamento alimentare, nello specifico assisto pazienti anoressiche ricoverate in emergenza organica in Ospedale. In quella fase la paziente è più vicina alla morte che alla vita, la malattia ha preso il sopravvento sulla persona e sui suoi organi.

L’Ospedale di Parma, dopo qualche giorno dall’esplosione Covid, è in totale collasso. Ho visto scafandri passare, agire velocemente, ho visto la paura nascosta dalle mascherine e dagli occhiali, ho visto la diffusione di responsabilità di fronte ad eventi difficili da gestire. I reparti ogni giorno si riempiono di pazienti in fin di vita. Il personale mi appare una mina impazzita. È necessario in questi casi coordinare i vari linguaggi professionali, conoscere i modelli operativi dei vari professionisti che cooperano e saper adattare i propri schemi, le proprie prassi alle condizioni di precarietà. Bisogna poi per salvaguardare la salute di una paziente immunodepressa e cognitivamente deficitaria, cercare di preservare un barlume di equilibrio o tentare di ripristinarlo qualora compromesso dall’evento catastrofico. Le decisioni vanno prese velocemente, non c’è tempo di pensare, si ricorre alle euristiche, si sbaglia.

Lavorare ai tempi del Covid, non è facile. Gestire la Maxiemergenza per l’operatore persona e per il lavoro dell’operatore, non è facile. Gestire la paziente, l’avanzare della malattia, contestualizzarla, cercare di contrastare l’inevitabile avanzamento dei deficit cognitivi, dei comportamenti disfunzionali in un contesto ospedaliero in crisi, a volte può far sentire noi operatori impotenti e inadeguati.

La precarietà estrema riporta alla luce le vecchie paure…

Ma riconoscerle, riconoscere questa impotenza, accettarla e credere che ogni piccola azione può comunque generare un cambiamento, permette di riattivare la motivazione intrinseca, necessaria in questo lavoro.

Ogni giorno le mie credenze interne mi permettono di emanare energia vitale, quella stessa energia che mi fa agire o lasciar andare, come le fasi lunari.

Il mito dell’eroe abbandoniamolo, ri-emergiamo umani.

Carmen Giordano

(12/04/2020)

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Storia #6: cosa ne è della disabilità “nello stato di eccezione?”

È passato ormai un mese e mezzo dalla chiusura delle scuole. Da quel momento bambini e ragazzi con disabilità hanno visto drasticamente interrotto ogni intervento educativo a loro destinato.

Per tutti è stata avviata l’erogazione di didattica a distanza ma spesso bambini che soffrono di autismo, deficit di attenzione e iperattività, o di altri disturbi cognitivi o del comportamento non riescono in alcun modo a sfruttare questa possibilità. Di fatto in questi casi, oggi, non è garantito alcun diritto all’istruzione.

La fine della scuola, l’interruzione di ogni routine quotidiana ha generato in questi soggetti fragili e nelle loro famiglie un carico di sofferenza inaspettata e ingente, resa ancora più insopportabile dalla quasi totale indifferenza che ricevono nonostante le loro quotidiane richieste di aiuto.

I sindacati di settore e le cooperative di educatori si sono mostrati esclusivamente preoccupati della tutela della salute del personale (sacrosanto diritto che nessuno intende sacrificare) ma non hanno, di contro, mostrato alcuna sensibilità nei confronti della salute e della sofferenza di quell’utenza, il sostegno della quale dovrebbe rappresentare, in regime di normalità, la più importante ragione sociale del loro lavoro.

Gli educatori della scuola si sono celermente mobilitati per avere garantito lo stipendio, ma ci viene da chiedere, a stipendio assicurato, perché non attivarsi in egual misura per provare a garantire anche la prestazione per la quale si viene pagati?

L’assessore con delega alla disabilità Marco Lombardo non ha escluso la possibilità di un intervento domiciliare per quei soggetti che non riescono a sfruttare la didattica a distanza, ricordando come sul tema ci sia una norma specifica del decreto legge #CuraItalia ed una circolare della Regione Emilia-Romagna che fornisce indicazione in merito all’erogazione dei servizi educativi domiciliari nei casi indifferibili ed urgenti. Di fatto ad oggi, a più di un mese dalla fine dello svolgimento regolare delle lezioni le uniche cose che Provveditorato, Regione, Comune e Quartieri sono riuscite a fare sono riunioni e tavoli tecnici (ci auguriamo rigorosamente on-line) senza produrre alcun risultato tangibile.

Se da un lato occorre certamente individuare modalità di intervento per ridurre al minimo il rischio di contagio per entrambe le parti, dall’altro lato è impensabile continuare a lasciare sole le famiglie per mesi e mesi senza nessun tipo di sostegno didattico, educativo e terapeutico. Si tratta di servizi destinati a minori con disabilità certificata che pertanto devono essere riconosciuti come essenziali e quindi garantiti.

Molte famiglie a Bologna stanno oggi vivendo una situazione di totale abbandono, i ragazzi disabili vivono momenti di forte agitazione e la situazione in casa diventa ogni giorno più insostenibile. Per non parlare di tutti quei piccoli progressi che si erano fatti, spesso con tanta fatica e tanti sforzi, ora messi seriamente a repentaglio. Ma, forse, di questa emergenza, privata, che investe i pochi e i deboli, nessuno sente veramente l’urgenza di occuparsi in questo maledetto stato di eccezione.

Francesco e Silvia Cerrato

(04/04/2020)

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Storia #5: lavoro e cultura

Siamo precarie e precari. Lo siamo da anni, e ancora di più oggi. Ma dobbiamo ripartire da qui.

Lavoro e cultura. Non sappiamo se queste parole si conciliano davvero. Forse non ce lo siamo mai nemmeno chiesti. Abbiamo semplicemente cercato in questi anni di rendere possibile un percorso di emancipazione artistica, politica e di autoproduzione culturale. Abbiamo semplicemente cercato di liberarci il più possibile dalla gabbia salariale, per poter scrivere libri, girare film, comporre musiche, realizzare opere teatrali e tanto altro ancora. Ed anzi, non solo per poterli realizzare, ma anche per poterli diffondere e distribuire dal basso, senza il ricatto dell’industria culturale, che spesso saccheggia i diritti sull’opera che hai realizzato, ricattandoti con la mancanza di reddito o con la necessità di chiudere i debiti che hai accumulato per realizzare l’opera stessa.

Ma una cosa la sappiamo: sappiamo di essere tante cose diverse, insieme e contemporaneamente. Siamo i creativi, che sono spesso alle dipendenze di un padrone, ma senza nemmeno un contratto precario, grazie all’uso distorto delle partite iva. Senza ferie, senza garanzie, ma pur sempre dipendenti di un datore di lavoro. Facciamo foto, video, grafiche, siti web, ma la sostanza non cambia. Il problema rimane lo stesso: la nostra creatività è saccheggiata dalle logiche del mercato.

Siamo scrittrici e scrittori, che oggi si trovano a dover pagare per poter scrivere un libro, invece che essere pagati, a causa di una filiera editoriale che stritola qualsiasi progetto indipendente ed emergente.

Siamo attrici e attori, musicisti, pagati una miseria. Perché “ciò che fai non si inserisce nella lista di lavori ritenuti economicamente utili, perché ciò che fai non è utile al mercato”. Ma tanto, d’altro canto, anche se fai un lavoro utile al mercato, verrai comunque pagato ugualmente una miseria.

Siamo registe e registi, di cinema, di teatro, siamo quelli che uno spazio non ti viene mai dato, salvo quando riesci a prendertelo con le unghie e con le lotte. Siamo quelli che il tax credit di Franceschini non ci serve a nulla. Perché non siamo i Carlo Verdone o i Muccino di turno. Perché non facciamo accordi con le industrie cinematografiche. Perché non abbiamo milioni di euro da spendere nella produzione di film o in avvocati.

Siamo tutto questo e siamo tanto altro ancora. In un momento dove anche gli spazi culturali, siano essi cinema, teatri, librerie o centri sociali, sono tutti chiusi, messi economicamente in ginocchio, e dove non si sa se apriranno mai un domani, quando tutto questo sarà finito. La desertificazione passerà prima di tutto per la scomparsa degli spazi di incontro, di confronto, di contaminazione. Una cosa certamente non automatica, ma che se non proteggiamo con attenzione, allungherà la lista delle cose che scompariranno dalla nostra quotidianità. In un paese dove non ci sono solo le grandi città, ma anche i tessuti territoriali periferici, fatti di piccoli cinema o teatri di provincia, di piccole librerie e spazi sociali nei piccoli centri urbani, questa desertificazione rischia di trascinarsi per anni. A danno delle comunità stesse.

Siamo questo, siamo tanto altro e vogliamo continuare ad esserlo. Ripartiamo da qui.

Pretendevamo spazio e diritti prima di tutto questo, li pretendiamo ancora di più oggi, per costruire tutte e tutti insieme un mondo migliore per il nostro domani.

(31/03/2020)

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Storia #4: cassiera Coop

Sono una cassiera di un supermercato Coop, fino a pochi giorni fa lavoravo allo sbarramento delle casse, al front office in faccia a centinaia di persone che mi sfilavano davanti molto più silenziose di un tempo. Soprattutto gli anziani, quelli che conosco ormai più dei miei vicini di casa e con i quali ho sempre scambiato quattro chiacchiere, come se fossimo in cortile. Li ho visti molto in difficoltà con quella mascherina che non stava ferma o che impediva di poter dire qualcosa. Se un tempo venivano a far la spesa due volte alla settimana, adesso con la scusa di questa “necessità” ci vengono tutti i giorni, pur di uscire di casa almeno un’oretta. Uno, l’altro giorno, lasciandomi di stucco, mi ha detto: “Forse fra un po’ di tempo sparirò e voi non saprete nemmeno se sono morto”.

L’altra caratteristica di questo periodo sono le file infinite fuori dal negozio, gli addetti alle entrate fanno passare solo un certo numero di clienti per volta, e si formano questi lunghi cordoni di persone… era una cosa che avevo visto a Londra tanti anni fa. Per quei luoghi si trattava di normalità, vederla come una triste consuetudine anche da noi fa un certo effetto. Poi c’è questa razzia che continua, per ogni genere di prodotto, quasi tutti i giorni, di diversa intensità a seconda dei “bollettini di guerra” che vengono emanati, come se non ci fosse un domani.

A partire da questa settimana, come hanno fatto altri miei colleghi e altre mie colleghe, mi sono presa le ferie arretrate non consumate l’anno scorso. Avevo bisogno di staccare e paradossalmente di starmene a casa, accantonando per un po’ tutte le paure che, comunque, durante il turno di lavoro mi assalivano.

Sono rimasta comunque in contatto con alcune delle mie compagne di lavoro: so che sono state messe delle protezioni alle casse e hanno distribuito mascherine e guanti a tutti gli addetti. Si fa molta più attenzione alla distanza di sicurezza ai banchi dove c’è il servizio diretto (come la macelleria, la salumeria o la rosticceria). Mi dicono che, durante tutto il giorno, ci sono ripetuti annunci alla clientela per trasmettere norme comportamentali. Infine, mi hanno comunicato che l’apertura dei negozi Coop è stata ridotta e la chiusura è stata anticipata alle 19,30 anziché alle 21. Anche la chiusura dei negozi alla domenica (per dare un po’ di riposo al personale particolarmente sotto pressione in questo periodo, così come è annunciato dagli altoparlanti interni), mi sembra una posizione saggia che, per una volta, guarda anche al benessere dei dipendenti.

Dovrebbero essere notizie che mi trasmettono quel tanto di serenità per quando dovrò rientrare in servizio, ma, a dire la verità, ci vorrebbe ben altro per far mollare la presa a quell’ansia che in queste giornate mi angustia e mi attanaglia.

(27/03/2020)

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Storia #3: lavoratore precario

“Sono un lavoratore precario da quando ho terminato le scuole superiori e cominciato l’università, tredici anni fa. Nell’ultimo periodo avevo trovato un fragile equilibrio di reddito, lavorando nel corso dei dodici mesi come barista nella stagione estiva, come operatore fiscale per l’elaborazione delle dichiarazioni dei redditi, come giornalista con collaborazioni occasionali pagate con ritenuta d’acconto, e infine percependo la disoccupazione (Naspi) nei periodi di assenza di lavoro.

Con l’emergenza attuale, e dopo aver percepito l’ultima indennità di disoccupazione, mi risulterà ancora più difficile trovare un lavoro: le dichiarazioni dei redditi slitteranno, occupando anche la stagione estiva nella quale avrei probabilmente lavorato come barista. Inoltre il lavoro di barista, essendo collegato ai flussi di turismo, con ogni probabilità non potrò farlo, dato il contraccolpo enorme che subirà il settore. Di conseguenza non maturerò le settimane lavorative necessarie per accedere nuovamente agli ammortizzatori sociali, quando scadrà il contratto.

Prima di svolgere i lavori sopra elencati ho lavorato a lungo nei teatri come maschera e come figura di supporto ai tecnici del palcoscenico. Penso alle e ai tant* che lavorano nello spettacolo, persone che in tanti casi si trovavano a vivere grazie a forme di collaborazione precarie, che già prima di questa situazione avevano spesso scarse opportunità di lavoro e che ora troveranno davanti a sé un deserto”.

(27/03/2020)

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Storia #2: il Covid-19 e i lavoratori del sociale che operano nelle comunità

La quotidianità lavorativa viene interrotta da un virus inaspettato, così come erano inaspettate le conseguenze che avrebbe comportato. Il lavoro nel sociale subisce cambiamenti e interruzioni. Molti servizi si fermano, al contrario le strutture h24, che ospitano minori e adulti, non possono né fermarsi né chiudere, non lo vogliamo neppure. Ci ritroviamo, quindi, a fare fronte a questa emergenza, a cercare gli strumenti migliori e preventivi per tutelarci e tutelare.

Gli educatori che lavorano nelle comunità si ritrovano a fronteggiare una nuova routine, aiutando gli ospiti, le ospiti ad incrementare forme di resilienza.

Lavorare in comunità è intenso e complesso.

Ogni giorno affianchi le persone, sostenendole durante la giornata, accompagnandole e occupandoti di doveri, possibilità, desideri e sofferenza. Oggi, il Covid-19 ha interrotto molte attività e la gestione delle comunità è complessa.

Le strutture che accolgono adolescenti e gli operatori che lavorano in questo ambito, garantendo continuamente una copertura, si ritrovano a fare i conti con sensazioni e sentimenti amplificati che richiedono un contenimento maggiore di contenuti emotivi “esplosivi” e facilmente distruttivi.
Le difficoltà e le tensioni mettono a dura a prova la resistenza e resilienza di ognuno ma ugualmente entrando negli appartamenti, condividendo le giornate con i ragazzi e le ragazze, cogli l’importanza e la bellezza di quanto stai svolgendo.

Informi quotidianamente i minori di ciò che accade, di ciò che non si può fare, accogli ansie e angosce, cercando di incrementare la tolleranza verso questo momento storico, cercando di incrementare l’attesa verso la ripresa di una routine desiderata ma adesso assente e ti reinventi, puntando sulla creatività e sulle risorse di cui ogni ospite dispone.

In base a quanto si vive e condivide, accogli le emozioni e cerchi di trasformarle e confermarle in punti di forza che consentono di rendere piacevole la giornata, nonostante la fatica. Una giornata caratterizzata da noia, paura, rabbia, angoscia, tensione ma anche da condivisioni: studio, film, balli, cucina, pittura, giochi e collaborazione. La stessa collaborazione che ci chiedono per fronteggiare l’emergenza.

Al contrario, riscontri difficoltà minori coi ragazzi e con le ragazze con nuclei depressivi, tendenti al ritiro sociale, che, in questo momento, vivono un inferiore senso di colpa e mostrano una maggiore capacità e voglia di mettersi in gioco.

Lavorare in comunità, oggi, è più difficile ma, allo stesso tempo, riempie di emozioni. Si familiarizza con i vissuti psicosomatici e confermi, rafforzandola, alle persone presenti, la percezione di questo luogo fisico come un luogo protetto.

Un “involucro” volto a salvaguardare e sostenere la psiche di chi ci abita.

Lavorare in comunità ti consente di incontrare tante persone e cogliere l’importanza del lavoro di gruppo, in quanto è una squadra che, in questi momenti in particolare modo, si unisce per sostenersi, gestire insieme e fronteggiare l’emergenza. Questa unità consente, anche, di distrarsi, di sorridere e regalare sorrisi, di condividere e lavorare nonostante la paura e il rischio. Il livello di tutela e attenzione è alto perché è alto il rischio che qualcuno possa essere “catturato” da questo “nemico”.

Il lavoro educativo è essenziale e costante. L’obiettivo è “prendersi cura”, oggi soprattutto per garantire continuamente a queste persone una vicinanza e presenza, lontana e distinta dall’abbandono da cui sono reduci.

Elena Fiorentino

(25/03/2020)

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Storia #1: operaio IMA

Sono un operaio dell’IMA, quella che viene definita da più parti “azienda leader mondiale nella produzione di macchine automatiche” e che ha diversi stabilimenti in provincia di Bologna, soprattutto dalle parti di Ozzano. Io, il 18 marzo scorso, prima che il governo decidesse la chiusura delle attività produttive “non essenziali” per la storia del coronavirus, ho scelto di stare a casa. Avevo delle ferie residue del 2019 e quindi ho pensato che era meglio consumarle tutte, poi starò a vedere come si metterà questa cosa della cassa integrazione. Fino a quel momento ho continuato a lavorare nel mio reparto di montaggio, perché si diceva che il nostro settore aveva delle consegne che dovevano assolutamente essere rispettate.

Il 3 marzo un comunicato della direzione aziendale ci comunicava che IMA, seguendo le indicazioni delle autorità sanitarie, giudicava la situazione dei suoi stabilimenti italiani idonea a proseguire con le attività produttive e di servizio. Tutti i dipendenti venivano invitati a segnalare tempestivamente eventuali sintomi a un apposito ufficio interno che, nel caso, avrebbe facilitato il loro contatto con le autorità sanitarie. Ma si andava avanti… E c’era anche premura per tutte le merci e i pezzi di ricambio che sarebbero stati sottoposti a una specifica disinfezione, che andava certificata prima di ogni spedizione.

Nel ciclo produttivo qualcosa è cambiato, sono stati rafforzati i sistemi di comunicazione digitale ed è stato attivato lo smart working per tecnici e impiegati, ma il nostro lavoro di montatori per assemblare una macchina automatica o una linea di produzione, o un gruppo formato è rimasto uguale. Ogni tanto passava il “team leader” che ci diceva di tenere il metro di distanza, ma senza troppa convinzione, perché sapeva bene che certe lavorazioni si potevano fare solo in coppia e, in quel caso, lo “spazio di sicurezza” non poteva essere mantenuto. Ancora un volta, la scelta era o di rischiare per la nostra salute o azzardare qualcosa di “meccanicamente sbagliato”. Per quanto riguarda poi i dispositivi di protezione, avevamo quelli soliti, occhiali e guanti, per quanto riguarda le mascherine chi ne aveva da parte dalla dotazione ordinaria se le metteva, chi questa scorta non se l’era fatta, ciccia: di nuove mascherine “anticovid-19” non ce n’erano a disposizione.

Quando sono iniziate ad arrivare le notizie che le fabbriche del settore motoristico come Ducati, Lamborghini e Ferrari avevano annunciato la chiusura, abbiamo cominciato a discuterne in reparto. I capi, ma non solo, cercavano di tranquillizzarci sostenendo che per noi non era necessario smettere di lavorare, la produzione poteva continuare perché, nel settore del packaging, l’assemblaggio dei particolari non avviene attraverso la catena di montaggio. In più l’azienda avrebbe iniziato a suddividere i turni di lavoro per attenuare il numero delle presenze.

L’altro cambiamento radicale era il servizio di mensa a mezzogiorno, spariti i pasti caldi, c’erano i panini. Due panini per tutto il turno è dura, ma la cosa peggiore era perdere quel momento di socialità che spezzava la giornata. Si poteva stare in sala mensa molto distanziati oppure si tornava in reparto con il sacchettino dei panini e ci si sedeva da qualche parte, lontani uno dall’altro. In quei momenti mi sono venuti in mente i racconti di mio padre quando lavorava in campagna e a mezzogiorno si sedeva sotto un albero per consumare quello che si era portato da casa. Oppure di mio zio che lavorava in edilizia e col tegamino della gavetta mangiava in cantiere.

Questa situazione anomala sul lavoro avveniva in mezzo all’assedio mediatico sul diffondersi del virus, sull’aumento dei contagi e delle morti, con gli appelli sempre più pressanti a stare a casa. Io avevo poi un situazione familiare e parentale abbastanza variegata e complicata. La mia compagna con cui convivo era stata messa al smart working e se ne stava tutto il giorno a casa. I miei vivono in paese in provincia di Lecce. Mia madre, prima dell’esplosione dell’epidemia, si era trasferita da mia sorella che aveva appena partorito e abita in un paese del Veneto. Sarebbe stata da lei qualche settimana, fino a quando con la bambina non fosse stata un po’ più autonoma, poi quel paese è finito in “zona rossa” e lei da lì non può più uscire. L’altra mia sorella abita a Rimini e fa l’infermiera in ospedale e, come tutti i suoi colleghi, oggi è in prima linea con turni che non hanno orari definiti. Mio padre è quindi rimasto solo al paese, ma la cosa che ci preoccupa di più è che è cardiopatico e, insieme all’età, ha tutte le caratteristiche per essere un soggetto fortemente a rischio. Oltre ad avere il “vizietto” di stare ore seduto sulle panchine della villa comunale a fare chiacchiere coi suoi coetanei.

Quindi, come si dice in questi casi, non è che avessi proprio la mente sgombra per potere tutto il giorno stringere bulloni, mettere in fase una camme o spessorare come si deve una coppia conica.

Devo dire la verità, però, la cosa che mi fatto propendere di stare a casa, più di tutte le altre, è stato dover fare i conti, quasi tutti i giorni, con i posti blocco. Io abito dalle parti di Medicina e mi sembrava di essere tornati ai tempi in cui, nelle nostre zone, davano la caccia a “Igor il russo”. Essere fermato, guardato con sospetto, dovermi giustificare perché costretto ad andare a lavorare, era la cosa che mi pesava di più. Diversi giorni, invece della macchina, mi prendevo lo scooter per fare stradelli secondari e sfuggire ai carabinieri… Demenziale, troppo demenziale… E, allora, ho detto basta!

Mi scappa da ridere (un po’ amaramente): sono in tanti a dire che la classe operaia è in via di estinzione, che fra un po’ saremo come i panda… ma per i panda qualcuno che li voglia proteggere si trova, gli operai invece sono bestie talmente cattive che, per loro, l’hashtag #iostoacasa non vale. Proprio ieri mi ha chiamato un mio amico, anche lui operaio, ma con l’hobby di far finta di capire qualcosa di finanza. Mi voleva trasmettere una notizia straordinaria: il 19 marzo i siti specializzati hanno dato l’annuncio che il titolo dell’IMA in borsa ha segnato un rialzo di quasi il 5% a 45,7 euro. Secondo il management di IMA i risultati dell’esercizio 2019 sono stati positivi e sostanzialmente in linea con le stime. Per l’esercizio 2020, sulla base degli ordini acquisiti nei primi due mesi dell’anno corrente, non ci sarebbero segnali negativi da evidenziare o elementi che potrebbero impattare in maniera rilevante sui risultati aziendali.

“Dai, hai visto che avete il culo parato… L’epidemia non fa danni allo stesso modo a tutti”. Mi ha rassicurato il mio amico.

“Dici…”, gli ho risposto, “Ti avviserò alla fine del prossimo mese se le cose vanno così bene… Chissà se ci mettono in Cig e l’IMA ci anticipa la cassa integrazione per poi farsi rimborsare dall’INPS, oppure dobbiamo essere noi a stare senza stipendio ed aspettare i tempi dell’INPS”.

(22/03/2020)

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