Di fronte allo specchio del 25 aprile: perchè antifascismo, oggi

Perché l’anniversario della Liberazione ci parla di fascismo e di presente, di carcere e tortura di Stato, di migranti morti in mare e di razzismo, di diritti negati e di una Bologna sempre più diseguale, di guerra e antimilitarismo, di un filo rosso e resistente che corre fino in Kurdistan

Torniamo nelle strade ribelli della Cirenaica il 21 aprile, anniversario della Liberazione di Bologna. Torniamo in piazza il 25 aprile, giorno che omaggia la Resistenza ricordando la fine dell’occupazione nazista dell’Italia e la caduta del regime fascista. Lo facciamo con lo sguardo rivolto all’indietro, certo, ma con la testa ben piantata nel presente e il cuore che guarda al futuro.

Non ci interessano la retorica fine a sé stessa o le celebrazioni imbalsamate. Ci interessa la memoria viva, che scava e si fa largo nella storia illuminando gli angoli bui. E i tempi che attraversiamo ne sono pieni, di zone oscure, anche quando tutto accade alla luce del sole. Il Governo in carica non sta smentendo i timori che ne hanno accompagnato la nascita, tenuta a battesimo da un partito che affonda le radici nel Movimento sociale italiano fondato da Almirante e altri esponenti fascisti della Rsi. Quello stesso Msi, come sottolineano le cronache proprio in questi giorni, da cui provenivano personaggi implicati nelle trame della strategia della tensione e nell’organizzazione della terribile strage alla stazione del 2 agosto 1980. Non è un caso se questo milieu nauseante riecheggia nelle vergognose parole di un presidente del Senato sulla storia di via Rasella e delle Fosse Ardeatine o nella grottesca proposta di legge contro l’uso delle parole straniere. Sono questioni da non sottovalutare troppo perché, al di là della loro effettiva concretezza, inquinano il dibattito pubblico concorrendo ad una pericolosa banalizzazione del fascismo: sia come elemento storico che, soprattutto, come insieme di spinte conservatrici che continuano ad attraversare la società alimentando un’ideologia nefasta che produce i suoi effetti anche senza le sfilate al sabato in camicia nera e fez. I fatti del Michelangiolo di Firenze, tanto l’aggressione alle/gli studentesse/i quanto l’attacco del ministro dell’Istruzione alla preside del liceo, rappresentano un campanello d’allarme dal suono nitido.

Ma un rischio ancora maggiore è che le presunte gaffe revisioniste o le crociate al sapor di ventennio abbiano anche l’obiettivo di occupare lo spazio mediatico e distogliere l’attenzione dalle difficoltà del Governo, dagli effetti della crisi sociale ed economica, dalle politiche ultraliberiste (vedi definanziamento della sanità) e profondamente reazionarie che l’esecutivo Meloni sta portando avanti su molti fronti. Fra questi, scegliamo di partire da un tema che troppo raramente riesce a guadagnare spazio nel dibattito pubblico, se non quando è utile a seminare paura: il carcere. Le dimensioni che sta assumendo l’uso politico della reclusione e del Codice penale sono ben riassunte dalla vicenda Cospito e dalla determinazione con cui la destra al Governo (ma non solo, va da sé) difende il 41bis e l’ergastolo ostativo: nessuno tocchi la tortura di Stato, anche quando non si parla di mafia. Mentre le strutture detentive sono cronicamente stracolme e le condizioni di vita di migliaia di detenute/i vengono nascoste come polvere sotto il tappeto. Del resto, su questo terreno è fin troppo facile gettare l’amo e fare buona pesca: non stupisca, allora, se anche una trasmissione dall’aura democratica come Report si mette di gran lena a gettare fango nel ventilatore. Ma siccome alla bramosia giustizialista non c’è limite, le torsioni autoritarie si moltiplicano anche quando sul tavolo ci sono comportamenti individuali e sociali ben lontani dalle pesanti accuse di terrorismo. Nel mirino, così, finiscono a folle velocità le modalità di aggregazione non conformi e i sound system, il dissenso politico e i secchi di vernice: il “decreto rave” e i provvedimenti contro i blitz ambientalisti parlano da soli.

Allo stesso modo, l’impronta che il Governo sta lasciando sulla gestione dei fenomeni migratori non stupisce, certo, ma non può e non dev’essere sottaciuta. Alle ombre sulla strage di Cutro, aggravate se possibile dalle indecenti parole della premier e del ministro dell’Interno, segue ora una nuova stretta tramite la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale: ecco la parola magica, “emergenza”, buona per giustificare l’ennesimo giro di vite sulla pelle delle/i migranti, mentre il Mediterraneo continua ad inghiottire esseri umani e il razzismo diventa sempre più ordinario strumento di controllo delle vite lungo i confini e nel cuore delle città.

E di controllo delle vite parlano anche i ripetuti attacchi alle soggettività LGBTQIA+, le minacce al diritto all’aborto, il mancato riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, lo scherno riservato alle rivendicazioni transfemministe. Dominio sui corpi, disciplinamento dei comportamenti, moralizzazione dei costumi e omologazione dei legami sociali perchè – nel 2023! – la destra (ma non solo, di nuovo va da sé) non trova di meglio che continuare a suonare il disco rotto di “dio, patria e famiglia” fingendo di non vedere che la realtà è nei fatti molto più viva, varia e vera del mondo grigio che uno slogan decotto vorrebbe perpetrare.

Non possiamo non tenere bene a mente, poi, il messaggio ribadito poche settimane fa a Milano dalla manifestazione che ha ricordato Davide “Dax” Cesare a vent’anni dalla sua uccisione per mano squadrista: antifascismo è anticapitalismo. E’ giusto ribadirlo anche in una città come Bologna in cui l’accelerazione di molteplici processi speculativi sta allargando pericolosamente la forbice delle disuguaglianze. Turistificazione e gentrificazione, strapotere delle piattaforme, esplosione degli affitti brevi a scapito della disponibilità di alloggi per chi vuole vivere in città, aumento sfrenato dei voli, rincorsa alle grandi opere: la città di plastica (e di cemento), pensata per il consumo mordi e fuggi ad alta capacità di spesa, espelle o marginalizza chi non può permettersi di comprare il biglietto per un posto nel parco giochi. E mentre la “city of food” si avvita su sé stessa, tra una denominazione comunale di qualità attribuita al sacro tagliere (sic!) e un tappeto rosso steso a Starbucks, le dinamiche di accumulazione e i profitti privati lievitano di pari passo con l’intensificarsi dei meccanismi di sfruttamento, precarizzazione e marginalizzazione. E’ dunque questo il modello progressista che il centrosinistra a guida Pd propone come alternativa alla destra sovranista?

Come già un anno fa, intanto, anche in vista di questo 25 aprile ci è impossibile ignorare la drammatica guerra che sta insanguinando l’Ucraina invasa dalla Russia. Uno scenario catastrofico di fronte al quale, così come per i numerosi altri conflitti in corso nel mondo, sentiamo l’urgenza di rilanciare una profonda prospettiva antimilitarista: si tratta – oggi come sempre – di scardinare il ricorso alla guerra per perseguire profitti economici e interessi nazionalisti e di arginare una deriva culturale che, alimentata da pulsioni reazionarie e aspirazioni autoritarie, vorrebbe trasformare le comunità in caserme. Per questo, in un contesto in cui è tornata di allarmante attualità perfino la minaccia nucleare, riaffermiamo la necessità di rifiutare le politiche di riarmo e l’innalzamento della spesa militare a scapito di quella sociale. Scriviamo ciò ben sapendo che non può essere messa in dubbio una piena condanna della guerra di occupazione lanciata da Putin, né può essere contestato il diritto alla difesa da parte delle/gli ucraine/i, così come non pensiamo si possa cancellare con un colpo di spugna l’enorme peso che l’imperialismo occidentale a guida Nato esercita sullo scacchiere geopolitico. Ribadiamo allora, parola per parola, ciò che scrivevamo un anno fa e cioè che la nostra solidarietà va a chi in Ucraina, in Russia e ovunque rifiuta la guerra come strumento di dominio e si batte per una società giusta e solidale, laica e antifascista, antisessista ed ecologista.

Infine, come ormai da diversi anni a questa parte, vogliamo che anche questo 25 aprile possa rappresentare un filo rosso tra la Resistenza antifascista in Italia e le lotte di chi nel mondo, oggi, si batte per la libertà e l’autodeterminazione. Dalle strade ribelli della Cirenaica, che ricordano l’internazionalista Lorenzo “Orso” Orsetti come un partigiano del nostro presente tra le/i partigiane/i del passato, rilanciamo la nostra vicinanza al Confederalismo democratico del Rojava e a tutte le/i curde/i che combattendo contro l’Isis e resistendo a Erdogan hanno continuato a far sventolare alta e fiera la bandiera dell’antifascismo e della rivoluzione.

Per tutte queste ragioni, il 21 aprile vi invitiamo a condividere con noi due momenti di incontro: prima alla lapide partigiana di via Bentivogli e poi a Vag61, per tenere viva la memoria della Resistenza e per dare vita ad un’iniziativa di solidarietà verso le popolazioni curde colpite negli ultimi mesi da un terribile terremoto e poi da pesanti alluvioni. Il giorno della Liberazione, invece, vi aspettiamo alle 10 in piazza dell’Unità per la manifestazione autorganizzata che anche quest’anno porterà tante realtà e soggettività antifasciste ad attraversare la città per un 25 aprile di Resistenza e di lotta.

Con le/i partigiane/i e con “Orso” nel cuore!
Ora e sempre Resistenza! Jin, Jîyan, Azadî!

:: VENERDI’ 21 APRILE ::

@ via Bentivogli 44

– alle 17,30: nell’anniversario della Liberazione di Bologna, ritrovo alla lapide che ricorda i caduti della Resistenza. Porta un fiore o un pensiero per le/i partigiane/i! Con letture a cura di Resistenze in Cirenaica [info]

@ Vag61 in via Paolo Fabbri 110

– alle 18,30: presentazione del libro “Quei matti di antifascisti. Cinquantatré storie di sovversivi finiti in manicomio durante il fascismo”, con l’autore Renato Sasdelli e lo storico Luca Alessandrini [info]

– alle 20,30: in collaborazione con l’Edera volley, cena benefit in favore della Mezzaluna Rossa Kurdistan: sosteniamo le popolazioni colpite dal terremoto che lo scorso febbraio ha devastato i territori a maggioranza curda tra Turchia e Siria [info]

– a seguire: proiezione di “Kobane, Ri-Sollevarsi” di Ferran Domènech Tona, disponibile anche su OpenDDB [info]

– durante la serata: distribuzione della birra artigianale Azadì – Freedom Apa, prodotta su iniziativa della Staffetta sanitaria di Rete Kurdistan Italia per supportare il sistema sanitario del Rojava [info]

:: MARTEDI’ 25 APRILE::

@ piazza dell’Unità

– alle 10: corteo “Partigian* del domani, per un 25 aprile di lotta, per un 25 aprile anticapitalista, per un 25 aprile transfemminista, per un 25 aprile antirazzista, per un 25 aprile ecologista”[info]

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