LIBERIAMOCI DA VECCHI E NUOVI FASCISMI

MARTEDì 21 APRILE’026

LIBERIAMOCI DA VECCHI E NUOVI FASCISMI

Il 21 aprile 1945 Bologna fu liberata dai nazifascisti. Qualche giorno dopo, da una stamperia partigiana che per anni, nel rione Cirenaica, proprio sotto al ponte della ferrovia, aveva operato nella clandestinità, venne fatto uscire un manifesto:

“Il nostro cuore trepida di altissima gioia, i nostri occhi si inumidiscono di lacrime di profonda commozione: Bologna, la nostra città, è libera… Salutiamo questo giorno fausto che riconduce a noi ed a voi la vita e la libertà.

Sì, libertà per tutti, libertà di pensiero e di parola, di stampa e di fede. 

Ma non libertà per coloro che hanno oppressa ed avvilita, fatta schiava e misera questa terra. Su costoro – servi, affaristi, mezzani e spie – su questi abbietti scenderà inesorabile la giustizia dovuta ai colpevoli della più grande infamia, punitrice dei rei del più grave delitto, quello della soppressione di ogni libertà… La civiltà di domani deve essere pervasa di nuove idealità, deve avere come autori e motori gli uomini che affaticano il braccio o il pensiero e hanno questa sola preziosa ricchezza”.

Anche quest’anno, come ormai da diverso tempo, il 21 aprile saremo nelle strade “partigiane” della Cirenaica, ci troveremo alle 19 in via Bentivogli, sotto la lapide ai caduti per la libertà, e arriveremo al giardino dedicato a Lorenzo Orsetti “Orso”, in via Sante Vincenzi… per ricordare le partigiane e i partigiani di ieri e di oggi.

Lo facciamo perché l’antifascismo, per noi, è sempre stato un valore fondante. Non sappiamo se lo sia ancora per una parte di questo sventurato paese, ma, per noi, è un anticorpo necessario per cercare di rimetterlo in piedi e dargli dignità. Per questo dobbiamo praticarlo e non solo ricordarlo…

E dobbiamo gridarlo ad alta voce, senza esitazione, perché oggi le varie forme di fascismo sono più di una minaccia, sono un pericolo concreto. Per dirla con Brecht, il ventre che generò quel mostro è ancora fecondo e, di conseguenza, l’antifascismo dinamico è la “cura” giusta: un antifascismo diffuso contro ogni tipo di razzismo e di discriminazione sociale, contro i trabocchi di odio verso gli/le ultimi e i/le diversi/e.

Se il fascismo storico era rappresentato dallo squadrismo delle camicie nere, dall’olio di ricino, dagli arresti dell’Ovra (la polizia segreta del regime mussoliniano), dal confino, dall’autarchia, dalle corporazioni, dalle leggi razziali e dalla guerra, il fascismo di oggi (per stare in Italia, quello del governo Meloni) si può raffigurare con i manganelli, gli idranti e i lacrimogeni della polizia nelle piazze, con i ripetuti “decreti sicurezza”, il populismo penale, le misure da “stato di polizia” contro i movimenti di opposizione e le forme variegate di dissenso. L’Italia si trasforma ogni giorno di più in una caserma, in cui alle lotte sociali si risponde a colpi di Codice penale. Contando sulle paure di sempre e le insicurezze sociali dilaganti, affrontando le questioni sociali attraverso lo scatenamento di vere e proprie “guerra tra poveri”, rinverdendo una pratica su cui l’estrema destra ha sempre puntato e che oggi – tra spinta social alle fake news e media permeabili – impone falsi problemi e, sopratutto, false soluzioni. 

Certo i fascismi di oggi sono di un altro genere rispetto a quelli del passato, ma godono di una vera e propria “internazionale nera” (da Trump a Milei, da Netanyau a Erdogan, da Le Pen all’olandese Wilders, dal georgiano Kobakhidze ad Orbàn, da Meloni e Salvini a Bolsonaro, dall’estrema destra tedesca AfD agli spagnoli di Vox). Sono fascismi che rappresentano un’appendice del “capitalismo globale”, che tengono insieme populismi xenofobi, reimmigrazione e islamofobia, omofobia e sessuofobia, inquadramento gerarchico e obbedienza, sovranismo e ultra-liberismo, sionismo e colonizzazione, identitarismo e nazionalismo, militarismo e guerra.

Oggi, che la democrazia è sempre più svuotata e la “democratura” diventa una forma di governo “popolare”, sono sempre di più i casi in cui l’estrema destra si presenta alle elezioni e le vince. Questo è il frutto della crisi che ha depauperato la popolazione dei ceti bassi e medi e, soprattutto, l’ha privata di qualunque prospettiva positiva di futuro. Ma il fascismo, anche quando interviene in questi vuoti politico-sociali, è sempre reazionario (o, per citare Zygmunt Bauman, “retrotopico”), non punta a rendere libere le persone, ma le ingloba nel suo modello identitario, a cui si deve obbedire ciecamente. 

Di fronte a questa vera e propria “apocalisse planetaria”, guardando al nostro paese, cosa rimane di quell’Italia resistente e ribelle che nei giorni dell’aprile ’45 si riconquistò la libertà, auspicando di raggiungere anche una necessaria giustizia sociale?

Per molti rimane una data (importante), un ricordo, una commemorazione e poco più.

I protagonisti della lotta di liberazione che portò all’insurrezione della primavera del 1945 furono soprattutto ragazze e ragazzi che fecero una scelta di campo e decisero di combattere il fascismo, senza mai cedere alle sue prepotenze. Non avevano preparazione politica e avevano pure studiato poco, ma l’impulso di libertà che li pervadeva li rese allergici, fin da subito, alla dittatura mussoliniana e agli invasori nazisti. Andarono in montagna o scelsero la strada della clandestinità in città, il loro antifascismo fu una cosa semplice e schietta. Con le loro gesta dimostrarono che nella vita si può e si deve osare, anche quando tutto sembra perduto.

E, in questo modo, riuscirono a svegliare un popolo che si era lasciato trasfondere il morbo della vergogna fascista e che aveva pagato a caro prezzo questa contraddizione verso la dittatura mussoliniana. Fu la “lunga resistenza”, fatta di cospirazione, esilio, galera, opposizione e sabotaggio al regime, che permise lo sbocciare delle “giornate di aprile” come uno di quei miracoli della natura che fanno schiudere prima, fragili, le gemme e poi, in mezzo all’espandersi delle foglie, l’aprirsi dei fiori.

Scriveva uno dei fogli della Resistenza: “Sorsero i partigiani: e fu una aperta ribellione contro un mondo, contro uomini, contro idee umanamente e storicamente condannate, contro sistemi che avevano forzatamente agganciato a un carro in folle corsa verso la rovina il destino di milioni di vite. E i ragazzi lasciarono le case e andarono sui monti. Lasciavano la loro giovinezza che non aveva e non avrebbe mai più trovato la sua stagione. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l’amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent’anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà”.

Ci piace chiudere questa riflessione, sottolineando che, in questi tempi, per tanti versi oscuri e drammatici, è finalmente riemersa una soggettività giovanile che non ce la fa a rimanere indifferente rispetto ai massacri perpetrati dall’esercito israeliano contro il popolo palestinese e che è indisponibile al restringimento delle libertà proprio del securitarismo del governo Meloni. Le mobilitazioni oceaniche per Gaza, le manifestazioni antifasciste ed antirazziste dei mesi scorsi, gli ultimi cortei contro i conflitti bellici, il riarmo e le “economie di guerra” hanno riempito le piazze e le strade di tante ragazze e tanti ragazzi.

Allo stesso tempo, a più riprese, si è rivista una volontà diffusa di reagire agendo sul piano antifascista, antirazzista, transfemminista, ambientalista… Si tratta di affermazioni di libertà, mobilitazioni di resistenza e iniziativa sociale capaci di dimostrare che è ancora possibile rompere la gabbia in cui ci vogliono chiudere. 

Diceva lo scorso anno, di questi giorni, un volantino delle realtà Lgbtq+ bolognesi: “Allargare la battaglia e disturbare questo ordine sociale spetta anche a noi, per togliere terreno ai neofascismi che hanno ritrovato purtroppo troppi spazi e troppa legittimità all’interno delle nostre città e dei nostri quartieri”.

Probabilmente, per le nuove generazioni di attiviste e attivisti, l’antifascismo è il modo più naturale di situarsi nel mondo. Nessuno sente il bisogno di “emendare le coscienze” attraverso la tanto auspicata (dal potere) “memoria condivisa”, che altro non è che una forma truffaldina di “smemoratezza patteggiata”. E’ invece innegabile la necessità che ogni generazione abbia diritto alla propria Liberazione.

I PARTIGIANI E LE PARTIGIANE OGGI SONO NELLE PIAZZE

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