
Ogni volta che qualcunə vuole governare attraverso l’allarme, ricompare la stessa sceneggiatura fatta di baby gang inventate, di maranza trasformati in categoria morale, di coltelli agitati come simbolo di un’emergenza che non esiste se non nelle loro narrazioni. Non è una descrizione della città, è un modo per costruire un nemico e legittimare chi vuole più controllo e meno libertà. Ma questa narrazione non cade dal cielo, si appoggia su un terreno che è stato reso fertile da anni di chiusura di spazi, di smantellamento dei presidi educativi, di tagli al welfare, di contributi alle associazioni ridotti fino a scomparire. Quando togli luoghi di incontro, togli possibilità. Quando togli educatori/educatrici, togli ascolto. Quando togli welfare, togli futuro. E quando togli futuro, resta solo la frustrazione che qualcuno poi usa come arma politica.
Si parla di “negazione” come se la complessità fosse un crimine, come se chi non accetta la favola dell’emergenza fosse automaticamente complice. Ma la verità è che chi urla all’allarme non vuole capire nulla, vuole solo imporre un racconto che divide, che semplifica, che cancella le vite reali dell3 ragazz3 che attraversano questa città. E soprattutto vuole evitare la domanda fondamentale: chi ha prodotto le condizioni materiali in cui la violenza cresce. Perché la violenza non nasce nei corpi dell3 giovani, nasce nelle crepe di una città che ha smesso di investire in relazioni, in cura, in spazi, in possibilità.
La “cultura maranza” diventa così un contenitore vuoto, utile a colpire chi si trova ai margini, chi non appartiene ai codici della rispettabilità e ad un concetto deviato di moralità, chi vive la strada e non i salotti. È la solita guerra ai poveri travestita da moralismo ma che puzza di perbenismo da piccolo borghese, la solita operazione che prende uno stile, un linguaggio, un modo di stare al mondo e lo trasforma in minaccia per poter dire che serve ordine, che serve disciplina, che serve qualcunə da punire.
La “cultura maranza” è anche una fettina di mercato, quantomeno del mercato culturale. Viene narrata come disprezzabile ma allo stesso tempo utilizzata come fonte di profitto dal sistema della produzione. Non è un caso che si sia diffusa nel linguaggio, nelle estetiche e nelle modalità espressive di una buona parte dell3 giovani e giovanissim3 come stilema distintivo. E non è un caso che venga definita e percepita come “cultura” e non come “sottocultura”: una semplificazione dell’immaginario che costruisce un bersaglio simbolico facilmente attaccabile. D’altronde non sono nuovi, i fascisti, a fare il lavoro sporco dei padroni.
Ma sotto questa costruzione c’è un’altra radice che nessuno nomina: la cultura patriarcale che attraversa i modelli di maschilità, che alimenta la competizione, la sopraffazione, la performatività della forza, e che non si combatte con flash mob securitari ma con percorsi lunghi, lenti, collettivi, che qui nessunə sembra voler aprire.
E quando gli argomenti finiscono, arriva puntuale la scorciatoia razzista: la colpa sarebbe dell’accoglienza, delle migranti e dei migranti, delle seconde generazioni che non diventano mai davvero parte della città perché qualcuno ha bisogno che restino estrane3 per poterl3 accusare di tutto. È un trucco vecchio, un modo per non parlare di precarietà, di tagli ai servizi, di assenza di spazi, di solitudini che nessuno vuole vedere. È più facile inventare un nemico che assumersi la responsabilità politica di aver smantellato tutto ciò che teneva insieme una comunità.
La zona universitaria viene descritta come un teatro quotidiano di violenza, come se fosse un territorio da bonificare e non un luogo attraversato da contraddizioni, desideri, conflitti, socialità. È un racconto che serve solo a giustificare più polizia, più telecamere, più dispositivi di controllo, come se la sicurezza fosse una questione di sorveglianza e non di diritti, di reddito, di possibilità.
È la stessa logica del Decreto Caivano, l’approccio con cui il governo Meloni affronta i problemi sociali: usare il codice penale per affrontarli, costruendo fattispecie criminose ad hoc per criminalizzare comportamenti ritenuti non compatibili e reprimere le nuove forme del conflitto sociale.
E anche qui la cultura patriarcale torna a galla: l’idea che la risposta alla fragilità sia la forza, che la risposta al disagio sia il controllo, che la risposta alla complessità sia la punizione. È lo stesso schema che produce la violenza che si dice di voler combattere.
E poi arrivano loro, i “ragazzini immigrati con i coltelli”, l’immagine perfetta per chi vuole criminalizzare un’intera generazione, purché non bianca, purché facilmente attaccabile, purché utile a costruire un clima di sospetto. È la forma più brutale di violenza simbolica, quella che trasforma adolescenti in minacce, quella che decide chi appartiene e chi no. Ma anche qui manca la domanda essenziale: chi ha tolto a quest3 ragazz3 ogni spazio di espressione, ogni luogo di socialità, ogni possibilità di costruire modelli diversi da quelli imposti dal patriarcato e dalla marginalità.
Quando si parla di “nostre città”, si sta già tracciando un confine. Si sta dicendo che qualcunə è dentro e qualcunə è fuori, che qualcunə ha diritto di esistere e qualcunə deve essere sorvegliatə. È questo il vero disprezzo, non quello attribuito all3 ragazz3, ma quello esercitato da chi pretende di definire la città come proprietà privata. E il flash mob annunciato da Azione studentesca e Gioventù nazionale Bologna l’8 giugno in Piazza Galvani, non fa che riprodurre questo schema: una risposta patriarcale a un problema che il patriarcato stesso contribuisce a generare, una risposta che non apre spazi ma li chiude, che non ascolta ma giudica, che non costruisce alternative ma rafforza il modello che dice di voler combattere alimentando quella propaganda razzista, d’odio e fascista che caratterizza queste organizzazioni.
Noi non difendiamo l’amministrazione, non ci interessa farlo. Ci interessa difendere la città reale, quella fatta di mescolanze, di errori, di conflitti, di possibilità. Non neghiamo i problemi, ma rifiutiamo chi li usa per costruire nemici invece di soluzioni. Non partecipiamo alla vostra misera guerra culturale contro l3 giovani, perché sappiamo che ogni volta che si criminalizza una generazione si prepara il terreno per nuove esclusioni. E soprattutto sappiamo che senza spazi, senza educatori/educatrici, senza welfare, senza percorsi di decostruzione dei modelli patriarcali, nessuna città sarà mai sicura, perché non sarà mai giusta.
Per questo diciamo che il problema non sono l3 ragazz3, ma chi usa l3 ragazz3 per fare paura. Il problema non sono le piazze vive, ma le piazze addomesticate. Il problema non sono le differenze, ma chi le trasforma in colpe. E soprattutto il problema non è la complessità, ma chi la cancella per poter comandare meglio.
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