Nasce Archivio Autonomia – sezione Autonomia Bolognese

Il Centro di Documentazione “F. Lorusso – C. Giuliani” annuncia la nascita del sito ‘Archivio Autonomia’ e la sua partecipazione al progetto con la cura e l’implementazione della sezione ‘Autonomia Bolognese’.

CentroDoc: Da qualche giorno è aperto il sito “ARCHIVIO AUTONOMIA”. La navigazione è iniziata con quattro Archivi (Collettivi Politici Veneti, Autonomia Bolognese, Autonomie del Meridione e Fondo DeriveApprodi). Il CentroDoc “F. Lorusso – C. Giuliani” partecipa al progetto curando e implementando la sezione su l’autonomia bolognese. Il nostro auspicio, così come quello degli altri compagni che hanno dato vita al progetto, è che, nel tempo, si aggiungano altri Archivi per raccontare la storia dell’Autonomia Operaia Italiana, salvaguardando la memoria documentale, attraverso giornali, riviste, volantini, manifesti, audio e video. L’indirizzo del sito è www.archivioautonomia.it, oppure c’è la pagina fb.

La presentazione della sezione “Autonomia Bolognese”:

Ricostruire e ricordare le storie che hanno dato vita alla nascita di movimenti, organizzazioni politiche e conflitti è opera ardua e decisamente complessa. I ricordi e le ricostruzioni sono necessariamente condizionati dalla soggettività di chi si confronta con la narrazione. Anche se si è stati protagonisti. Tuttavia, per non permettere che le storie o la Storia con la “S” maiuscola siano ri-costruite attraverso “verità giudiziarie” le raccontiamo noi, con una visione partigiana, per dare lustro ai percorsi di lotta che ci hanno permesso di assaporare l’Assalto al Cielo.

Parlare dell’autonomia bolognese non lo si può fare al singolare. La pluralità delle storie, i tanti differenti percorsi politici e culturali e i soggetti sociali di riferimento fecero intraprendere molto spesso, a diverse generazioni di militanti, strade distinte. In molte e molti si ritrovarono poi insieme nell’orizzontalità delle assemblee del movimento del ’77, nella battaglia di strada in risposta all’assassinio di Francesco Lorusso e nelle barricate della rivolta nelle giornate di marzo del 1977.

Il cammino ritornò a divaricarsi dopo il convegno contro la repressione del settembre ’77, alla fine del quale si produssero tanti sentieri e rivoli.

Il documento (Quei “tentinbrîga” degli autonomi 1969/1979: cronologia di dieci anni di lotte e insubordinazione nella “città/vetrina”) che abbiamo prodotto come Centro di documentazione dei movimenti “F. Lorusso – C. Giuliani” si concentra su un arco temporale che va dal 1969 al 1979. Un lungo viaggio che vuole essere conoscenza, non memoria. Un viaggio che è continuato e che continua e che tiene conto del fatto che “fare politica” nell’Emilia “Rossa”, e a Bologna in particolare, ha rappresentato una sfida unica.

Nella capitale dell’eurocomunismo i militanti del Pci o della Cgil, non sopportando che ci potesse essere qualcuno alla loro sinistra, usavano gli epiteti più coloriti del dialetto bolognese per rapportarsi prima ai “mao mao” e ai “gruppettari” poi ai quei “provocatori degli autonomi”.

“Scansare la fatica” prodotta dall’organizzazione capitalistica del lavoro, rifiutare le logiche originate dal lavoro salariato, costruirsi attraverso le lotte e le rivendicazioni di obiettivi egualitari una propria autonomia politica e sociale, questo era il punto.

Era evidente che si producesse la frattura e ci si ritrovasse su sponde contrapposte.

La nostra narrazione parte con le lotte operaie dell’autunno caldo: dalle battaglie contro il cottimo alle istanze dell’egualitarismo, dai picchetti agli scioperi selvaggi, dalla riduzione d’orario all’autolimitazione del rendimento, dai comitati operai-studenti ai comitati di base.

Il “biennio rosso 1969/70” vide protagonisti anche gli studenti con le lotte all’università e nelle scuole. Il lavoro politico dei collettivi studenteschi si spostò poi dalle aule universitarie ai cancelli delle fabbriche e, da quell’intervento quotidiano, nacquero in diverse officine i Comitati di base Operai-Studenti. Soprattutto alla Ducati Elettrotecnica, la più grande fabbrica metalmeccanica della città, con una mano d’opera per il 90% femminile, questo legame si rafforzò durante la lunga vertenza contro il cottimo. Picchetti, scontri con i crumiri davanti ai cancelli, la repressione di polizia e carabinieri, le scorribande dei picchiatori fascisti prezzolati dal padrone, rafforzarono la necessità di un percorso organizzativo “autonomo” che diede vita al primo Comitato di Base sul territorio di Bologna.

Tra l’autunno del 1970 e l’inizio del 1971, i gruppi di ispirazione operaista, come Potere Operaio e Lotta Continua, allargarono il loro intervento politico alle scuole medie superiori. Nel giro di pochi mesi si formarono diversi collettivi d’istituto. Potere Operaio aveva mandato agitatori al Marconi, al Pacinotti, al Laura Bassi, alle Aldini, al Fioravanti e all’Istituto d’Arte. Lotta Continua, invece, entrò all’Itis, al Fermi e al Copernico. La miccia esplose in fretta: in poco tempo fu un rapido susseguirsi di scioperi studenteschi, cortei, scontri con le forze dell’ordine, occupazioni degli istituti, assemblee studentesche, riunioni e collettivi. La radicalità e la rabbia di quei ragazzini cambiò il volto più “rassicurante” che il movimento, negli anni precedenti, aveva avuto con le agitazioni all’università. Voto unico, compiti in classe e interrogazioni collettive, libri e trasporti gratuiti, “no alla scuola dei padroni, no alla scuola come fabbrica di disoccupati”, questi gli obiettivi e le parole d’ordine.

Il 1971 fu anche l’anno in cui Lotta Continua lanciò lo slogan “Prendiamoci la città”, che fu anche il titolo del convegno nazionale che si sarebbe tenuto il 24 luglio. L’organizzazione extraparlamentare scriveva nel suo documento: «“Prendiamoci la città” è un progetto politico che guarda al sociale a tutto tondo… Si occupano le case di cui si ha necessità e ci si rifiuta, per la stessa ragione, di pagare l’affitto… Se si prendono i trasporti gratis o si fa la spesa politica ai supermercati, è perché ne abbiamo bisogno… Riappropriarsi violentemente della realtà, occupare la metropoli col vitalismo del movimento e con l’aggressività di parole d’ordine irraggiungibili… Dobbiamo fare emergere il sovversivismo ancora inespresso organizzandolo nella lotta… Noi dobbiamo ipotizzare un processo rivoluzionario in cui dall’autonomia operaia delle catene produttive, si passi alla fase in cui il proletariato “si prende la città”, avendo come obiettivo la creazione delle “basi rosse”, dentro le quali l’interferenza del potere borghese è limitata sempre di più».

La declinazione concreta di questa parola d’ordine portò, ai primi di luglio del ’71, alla prima grande occupazione di case a Bologna. Avvenne nel quartiere Pilastro e riguardò una palazzina dello Iacp con decine di appartamenti vuoti. A promuoverla fu Lotta Continua, con l’appoggio di Potere Operaio. Il Pci e l’Unità si scatenarono contro i “propugnatori dell’illegalità”.

Tra la fine del 1971 e la primavera del 1972 gli assalti delle squadracce fasciste davanti alle scuole, o contro gli scioperi in fabbrica e all’università, divennero un problema serio con cui fare i conti quasi quotidianamente. A questi fatti si aggiunsero anche le continue aggressioni a compagni isolati. L’antifascismo militante divenne una questione da porre all’ordine del giorno nella pratica politica. Questo processo fu accelerato anche dall’uccisione di Mariano Lupo, un operaio di Lotta Continua, caduto durante un’aggressione di cinque fascisti a colpi di coltello, il 25 agosto 1972 a Parma. Il 27 agosto ci fu una grande risposta della piazza antifascista. Un corteo di migliaia di giovani e operai, con molti militanti provenienti da Bologna si diresse verso la sede della federazione del MSI e la distrusse completamente.

Alla fine del ’72, Potere Operaio decise di aprire il “Circolo Franco Serantini”, un circolo politico-culturale dedicato a un giovane anarchico arrestato il 7 maggio a Pisa, durante la contestazione a un comizio del Msi. Franco venne percosso a morte dai poliziotti, fino a spirare due giorni dopo in carcere. Negli anni successivi il Circolo Serantini divenne un punto di riferimento per tutti i collettivi che facevano rifermento all’area dell’autonomia. Nell’ex magazzino farmaceutico, adibito a sede politica, si tennero riunioni e incontri nazionali delle Assemblee Operaie Autonome e dei Comitati Autonomi Operai.

Nel 1973 le pratiche di appropriazione della ricchezza sociale allargarono la loro sfera d’azione in settori fino ad allora non toccati dalle lotte. L’episodio più significativo avvenne il 17 marzo al Palasport, prima del concerto dei Jethro Tull, al grido di “musica gratis” diversi giovani riuscirono a passare gli sbarramenti ed entrare senza pagare. Chi non ce la fece si scontrò con la polizia nelle strade adiacenti al palazzetto dello sport.

Nel 1974 si diffusero in tutta Italia pratiche di autoriduzione. A dare il “la” furono gli operai della Fiat Rivalta che, rifiutandosi di pagare le nuove tariffe degli autobus, spedirono alla società dei trasporti pubblici l’equivalente dei vecchi abbonamenti, e continuarono a usare i mezzi pubblici senza fare il biglietto. Dai pullman si passò all’autoriduzione delle bollette della luce, del gas e del telefono.

Il giornale bolognese “Né servi né padroni”, foglio del Comitato Operaio delle fabbriche di Santa Viola, scrisse: «Alcuni l’hanno chiamata disobbedienza civile, per noi è una lotta che, nell’esprimere la volontà proletaria di imporre i prezzi politici, consolida ed accresce il potere operaio dentro e fuori la fabbrica. L’autoriduzione esprime l’esigenza operaia di reddito garantito, occorre quindi allargarla anche alla luce, al gas, all’acqua, all’affitto».

Nel 1975 iniziarono a vedersi, anche a Bologna, gli effetti dei cambiamenti sociali nella composizione operaia, i “nuovi operai” non avevano più le sembianze dell’operaio-massa dei testi sacri dell’operaismo. In fabbrica il ricambio generazionale continuava a portare giovani emigrati provenienti dal meridione, ma c’erano anche tanti giovani bolognesi ed emiliani scolarizzati, che si erano formati nel clima delle lotte studentesche degli anni precedenti o nelle esperienze aggregative territoriali. I modelli di comportamento che si erano portati in officina avevano poco a che fare con la tradizione storica del movimento operaio e del Pci. Soprattutto alla Ducati Meccanica, la famosa fabbrica di moto, questo fenomeno emerse in maniera più accentuata. Nello stabilimento di Borgo Panigale si formò un Comitato Operaio (Comitato di Lotta Ducati Meccanica) e nelle lotte nei reparti si intravidero i primi comportamenti di quel proletariato giovanile che avrebbe costituito il reticolo sociale che alimentò le lotte degli anni seguenti, fino all’esplosione del 1977.

La forbice tra queste espressioni autonome di lotta operaia e le posizioni del Pci si allargò sempre di più, ma fu nel 1977 che si arrivò a una contrapposizione accesa. Portiamo ad esempio quello che scrisse l’Unità l’11 settembre 1977: «E’ vero che all’interno di alcune fabbriche bolognesi, negli ultimi mesi, sono stati compiuti numerosi atti di deliberato sabotaggio? Chi ne è stato avvertito e chi ha indagato? E’ vero che alcuni lavoratori sono stati visti in più occasioni partecipare ad azioni violente nel corso di manifestazioni accanto alle frange più violente del “movimento”? E’ accaduto che dirigenti di azienda abbiano espresso l’intenzione di dimettersi perché intimoriti dagli insulti e dall’aggressività di minoranze violente? Su questi fatti si è mai ritenuto opportuno indagare?»

Tra l’estate e l’autunno del 1976, in una situazione di grave crisi economica, giovani disoccupati o sottoccupati entrarono in contatto con studenti, precari, operai in cassa integrazione o licenziati, militanti dei movimenti e dell’autonomia. Le iniziative si estesero dalla casa al terreno dei prezzi e rappresentarono un vero e proprio “movimento contro il carovita”.

Nel novembre ’76 nacque il Collettivo Jacquerie che diede il via alla campagna delle autoriduzioni, con lo slogan “Basta con la miseria, vogliamo appropriarci della ricchezza”.

Nello stesso periodo, quando l’Opera Universitaria decise di aumentare i prezzi delle mense e limitare il loro uso ai soli studenti, vennero organizzate autoriduzioni ed autogestioni.

Quelli furono i mesi che anticiparono il “movimento del ’77”, molto pieni di pratiche di riappropriazione, dalle occupazioni delle case sfitte alle “spese proletarie” nei supermercati, dai “decreti per la cultura a prezzo politico” su cinema e teatri all’autoriduzione nei ristoranti di lusso.

Provocatoriamente, alla “austerità”, allora propugnata dal segretario del Pci Berlinguer, venne contrapposto il “tutto e subito”, antitetico ai tempi eterni delle “riforme di struttura”.

L’8 marzo 1977 la polizia caricò brutalmente un corteo femminista che intendeva terminare con l’occupazione di una palazzina per farne un “Centro delle donne”. Gli agenti si accanirono sulle ragazze, ferendone gravemente alcune, senza però riuscire a sciogliere la manifestazione. L’irruzione del femminismo nel movimento rappresentò una forza dirompente nella politica e nella società. Vennero posti all’attenzione di tutti temi fondamentali come il diritto ad autodeterminarsi delle donne, lo sfruttamento sul lavoro, le discriminazioni a casa, a scuola e in fabbrica. Non solo. Il femminismo fu incontenibile anche perché determinò un modo diverso di fare politica. Le pratiche femministe influirono sull’orizzontalità dei movimenti antagonisti, producendo il rifiuto di organizzazioni gerarchiche e verticistiche, con la consapevolezza che si parlava a partire dalla propria condizione. Il “personale è politico” lanciato dai gruppi di autocoscienza delle donne divenne uno slogan comune.

Comuni denominatori furono pure l’affermazione di autodeterminazione, l’autonomia delle condizioni materiali e di pensiero, la capacità di costituirsi in un soggetto politico collettivo idoneo ad incidere sull’esistente. Insieme a questi elementi, ci fu la bravura a mettersi in gioco, dando vita a una stagione creativa e antagonista che costituì una fonte di ricchezza per tutte le donne. Le femministe hanno avuto il merito di accendere la fiamma di un’unica e intensa lotta contro la società maschilista e il patriarcato.

Il 1977 rappresentò “l’anno del non ritorno”. L’assassinio di Francesco Lorusso l’11 marzo scatenò la rivolta giovanile e, per tre giorni, la cittadella universitaria divenne nei fatti una “zona liberata”. Ci vollero gli M113 il 13 marzo per rimuovere le barricate, ci volle l’assalto poliziesco a Radio Alice per far tacere la voce del movimento. Ci vollero più di 300 arresti, i divieti di assembramento di più di tre persone, l’interdizione all’uso delle piazze, per tentare di “domare” una rivolta che non poteva essere socialmente recuperata. La frattura tra il movimento e la “città ufficiale” sanciva una “ferita” che non sarebbe stata mai più rimarginata.

Il Convegno contro la Repressione che si svolse a settembre, con le decine di migliaia di giovani che invasero Bologna, rappresentò il momento più alto di coinvolgimento di massa del movimento del ’77. Al tempo stesso, alla fine della grande parata di tre giorni, ognuno tornò a casa prendendo strade diverse che non si ricongiunsero più, sancendo, nella pratica, la fine di quella straordinaria esperienza di movimento di ribellione.

Questa frammentazione, negli anni successivi, la si vide distintamente nelle strade e nelle piazze, ma fu soprattutto nelle “pratiche combattenti” che ebbe il suo apice. Ci fu un proliferare di sigle che andò ben oltre lo slogan “cento fiori sono nati / sono cento nuclei armati”. Si trattò di una vera e propria “concorrenza armata” che portò qualcuno al paradosso (per ragioni di chiarezza) di scrivere al termine di una rivendicazione di un’azione: «Oltre alla solidarietà comunista, nulla lega la nostra organizzazione alle altre organizzazioni combattenti».

Ci pensò poi il Caso “7 Aprile 1979” a dare il colpo di grazia. Il “teorema” che sorreggeva l’inchiesta del giudice Calogero di Padova fece scuola a livello nazionale su come costruire retate e arresti collettivi in tutto il paese. Anche Bologna non fu esente di queste ondate repressive.

In Piazza Verdi, che stava al centro della cittadella universitaria e che era stata il cuore della rivolta del marzo ’77, i segni sbiaditi del movimento erano rimasti in due sedi di collettivi situate lungo uno dei lati della piazza.

Una era il Bunker, uno spazietto occupato da tempo, prima dagli autonomi che facevano riferimento a “Rosso” poi dal CPT che, all’epoca, stava per “Collettivi Politici Territoriali” e non come in tempi recenti per “Centri di Permanenza Temporanea”(i lager per migranti, per intenderci). CPT era un gruppo che si era staccato dall’Autonomia Organizzata di inclinazione padovana e che pubblicava un giornale ,“Paspartù” (dal veneto “passa dappertutto”), che dal titolo stava ad indicare l’esigenza di “creare organizzare contropotere” non solo in Piazza Verdi, ma dappertutto

L’altro negozio “preso a prestito dall’Università” era stata la sede del collettivo “Mucchio Selvaggio” che faceva uscire un giornale omonimo, sotto il cui titolo c’era scritto: «Perché non “ammettere la non verità come condizione di vita” o perché non dire “che si divenne vecchi e il sogno si dileguò”». Finita l’esperienza di questo gruppo, ad occupare lo spazio fu il Collettivo Co.Co.Bo, Collettivo Comunista Bolognese, e la nascita del Centro di documentazione Gabbia/no, che faceva riferimento all’area nazionale dell’autonomia organizzata. Si trattò di un’aggregazione politica che fu capace di esprimere lotte e conflitti contro il nucleare, ad intervenire sulla questione delle carceri e delle detenute e dei detenuti politici, sulla repressione dei movimenti, contro l’apartheid per il boicottaggio del Sud Africa (allora paese in cui vigeva la discriminazione razziale).

LE RADIO

Nel mese di novembre del 1975, dopo un lungo periodo di gestazione, partirono le prime trasmissioni sperimentali di Radio Alice. I primi segnali vennero lanciati attraverso un trasmettitore militare. A fondare l’emittente di movimento fu un drappello di ex militanti dell’arcipelago della sinistra rivoluzionaria, “in rotta con i gruppuscoli ghettizzati”. Il 9 febbraio 1976, iniziarono le trasmissioni “ufficiali”. Voci che non avevano mai avuto la parola stavano per prendersela, rivoluzionando il sistema comunicativo dominante. Si trattava di “segnali che definiranno un campo nuovo della comunicazione e dei linguaggi, in un unico processo di ricomposizione con il proletariato autonomo”.

Franco Berardi detto “Bifo“, tra i fondatori della radio e della rivista A/traverso, venne arrestato nell’ambito di un’inchiesta su Rosso e sull’Autonomia Operaia.

Nei primi mesi del 1977 l’emittente divenne uno dei punti di riferimento per tutti quelli che mai avevano contato. Nel marzo del ’77 Alice diventò la radio degli insorti, lo strumento di coordinamento delle azioni di strada. L’11 marzo 1977 la radio diede la notizia dell’assassinio di Francesco Lorusso e da lì partì il tam tam per la mobilitazione.

Il 12 marzo la polizia si presentò con i mitra puntati e i corpetti antiproiettile davanti al “pericoloso covo”. Per radio andò in onda in diretta l’assalto dei poliziotti. Qualcuno riuscì a scappare dai tetti, ma otto redattori vennero arrestati. Il ministro degli Interni Cossiga dichiarò: «Tutte le volte che Radio Alice riprenderà le trasmissioni io la chiuderò».

Con il pesantissimo attacco repressivo la voce di Radio Alice venne messa a tacere. Nei mesi successivi ci furono alcuni tentativi di rimetterla in piedi, ma la “vera” Alice era ormai scomparsa con il marzo 1977. La programmazione e le trasmissioni continuarono fino alla fine del 1978, poi la radio chiuse definitivamente per questioni economiche,

Un’altra avventura di “autonomia radiofonica” è quella di Radio Carolina. Il 5 dicembre 1979 un collettivo di attiviste e militanti che aveva partecipato all’esperienza del movimento bolognese e ai giorni della rivolta del marzo ’77 prese un posto sopra una vecchia fonderia nel quartiere San Donato. Una parte di loro voleva proseguire, in un altro modo, il viaggio di Radio Alice, altri invece erano alle prime armi. Erano i giovanissimi dei collettivi studenteschi delle medie superiori o i ragazzi che avevano fatto esperienze nei collettivi di quartiere. Ci vollero mesi di duro lavoro per rendere agibili i locali della redazione per cui l’inizio delle trasmissioni avvenne solo il 12 maggio del 1980. Carolina era considerata l’emittente dalle onde di acciaio, sia per la durezza delle sue trasmissioni sia per le esalazioni di metallo fuso che provenivano dalla sottostante fucina e invadevano i locali della redazione. Nella scelta del nome ci si era ispirati a Radio Caroline, l’emittente britannica che iniziò a trasmettere da una nave battente bandiera panamense ancorata al largo, fuori dal confine inglese. Dai microfoni di via Michelino lo ripetevano spesso che «Radio Carolina è la radio pirata, è il sogno che infrange il sistema mediatico, è il mare che diventa terra di nessuno, è lo spazio di libertà assoluta per aggirare con l’ingegno leggi e divieti».

Il punto più alto di Carolina fu la lunga diretta per la strage alla Stazione del 2 agosto 1980. La programmazione regolare si interruppe per lasciare spazio alle voci confuse che parlavano della strage: telefonate, commenti, testimonianze, la disperazione di chi cercava i propri cari, la rabbia per l’attentato, ma anche le notizie sulle mobilitazioni e sulla catena di solidarietà.

Poi ci fu l’altra lunghissima diretta radiofonica per i funerali delle vittime del 2 agosto. La cronaca delle riunioni sulla partecipazione del movimento al ricordo dei caduti della strage alla stazione. Il servizio d’ordine del sindacato che fece cordone contro gli “autonomi” per impedire che entrassero in Piazza Maggiore. Avevano il sospetto che, se si fossero mischiati tra la folla, avrebbero fischiato il presidente del Consiglio Francesco Cossiga.

La stagione di Radio Carolina incrociò le grandi retate repressive che si disseminarono tra l’autunno del 1980, il 1981 e il 1982. Diversi suoi redattori subirono arresti o furono costretti alla latitanza per episodi legati a situazioni di lotta e di conflitto sociale. Questi fatti, insieme alla cronica mancanza di soldi, minarono il progetto della radio che fu costretta a chiudere il 31 dicembre del 1982.

La terza delle “radio autonome o in movimento” è Radio Underdog. Cominciò a trasmettere dall’ultimo piano di una torre, nel pieno centro di Bologna. I redattori erano militanti dell’area dell’Autonomia del filone di Rosso e dei Collettivi Politici Territoriali, anarchici, comunisti libertari e punk. Nel marzo del 1981 dalla nuova radio avvisarono: «Riprende voce quella parte di città che voce non ha… Underdog è per quelli che vivono peggio dei cani…». Il filo rosso che teneva insieme la baracca era il bisogno di liberazione e la critica dura e radicale alla gestione del territorio bolognese. Dai microfoni di Underdog si “istigava” alle occupazioni di case e spazi sociali. Anche in questo caso, la chiusura avvenne qualche anno dopo per l’ormai risaputa penuria di fondi.

I GIORNALI E LE RIVISTE

La “pubblicistica incontrollabile” è stata una delle forme più usate dalla galassia autonoma bolognese per comunicare idee, progetti politici e campagne di massa. Se prendiamo in considerazione un arco temporale che va da metà dagli anni Settanta agli anni Ottanta, il numero di “fogli desideranti” e di “fogli contro” è veramente straordinario e ha lasciato segni indelebili di una delle tante rivoluzioni geniali del movimento, quella della carta stampata. L’attacco al potere passò anche attraverso la sfida all’“ordine dei caratteri” e al compassato “piombo tipografico”. Nuove forme di linguaggio, di grafica e di titolazione presero il sopravvento nei giornali autoprodotti.

Attorno al 1977 e negli anni immediatamente successivi furono tante le testate che apparvero sulla piazza: da “A/traverso” a “Finalmente il cielo è caduto sulla terra: la Rivoluzione”, da “Jacquerie” a “Mucchio Selvaggio”, dal “Corrispondente Operaio” a “Il limone a canne mozze”, da “Caccolone” a “La scimmia”, da “Suppl.to a ?” a “11 Marzo”, da “Quaderni di Contropotere” a “Controscuola”, da “Wow” a “Bilot”, da “Il Resto del Crimine” a “L’Unanimità”, dal “Kossiga Furioso” al “Complotto (di Zurigo)”, da “Viola” a “Numero Zero”, da “Voi avete visto un bel mondo. Noi abbiamo i compagni da liberare”, da “Piazza Verdi” a “Groucho”, da “Vogliamo tutto” ad “Autonomia Proletaria”, da “Fallo a pezzi !” a “Pugno chiuso”.

Negli anni Ottanta la produzione editoriale riprese con “Antitesi”, una rivista teorica di analisi sulla fase. Era prodotta dal Centro di iniziativa comunista, che aveva sede in via Avesella e metteva insieme diverse componenti di movimento che avevano fatto l’esperienza del ’77. Nata nel 1981, Antitesi fu, per più di un anno, un punto di riferimento politico. L’intento era di cominciare ad analizzare la nuova fase a partire dall’occupazione della Fiat del 1980, dalla sconfitta operaia che ne era seguita e dalla tristemente officiata “marcia dei quarantamila”. Alla rivista seguirono giornali operai e di fabbrica come “Il fondo del barile”, “Né servi, né padroni” e “Prometeo Fuoco”.

A partire dagli anni Ottanta via Avesella 5/b, dopo essere stata la sede del Manifesto e, per tanti anni, di Lotta Continua, divenne il fortilizio riconosciuto dove traghettarono a varie ondate tutti i collettivi che continuarono a definirsi “autonomi”.

Lo spazio temporale 1969/1979 che noi abbiamo preso in considerazione coincide solo in parte con i percorsi dell’autonomia, alcuni dei quali hanno continuato negli anni Ottanta e nei decenni successivi. Si è trattato di anni faticosi che hanno, però, prodotto lotte e generato conflitti sociali importanti. Anche questi periodi storici meriterebbero altrettante narrazioni. Ci sono state le produzioni di riviste, il continuo dibattito complesso e contrastato sul tema del carcere e della repressione, i nuovi movimenti come quello della Pantera, le battaglie contro la scelta dei sindacati di cancellare la scala mobile, le campagne contro il nucleare e contro le basi militari, come a Comiso.

Forse agli occhi dei più possono risultare meno intensi o, ci si passi questa espressione, meno epici. Ma furono percorsi ugualmente importanti, avvenuti in un periodo oscuro, di smarrimento collettivo e di innegabile “fatica” nel “fare politica”.

È impossibile non considerare come strettamente legato a quei percorsi il movimento di Genova e tutto ciò che ha continuato e continua a muoversi anche nelle pratiche politiche di oggi.

Certo non si vogliono semplificare i tratti politici e le dinamiche sociali, che hanno radici e pratiche differenti, ma chiosando una espressione già sentita: “tutto ciò non è un’altra storia”.

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