Fermento: “Mi cercarono l’anima” + Performance “Moto neopoetico partenopeo”

VENERDI’ 7 MARZO’014 dalle 20


A Vag61 torna l’appuntamento mensile con i libri e i vini di produttori non omologati di “Fermento”, in collaborazione con Drogheria 53.

– dalle 20: cena sociale e degustazione vini

– alle 21 presentazione di “Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi” (Altraeconomia), di Duccio Facchini

– a seguire “Moto neopoetico partenopeo”, performance poetico-musicale di e con Michele Zizzari e Ivano Marzocchi

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Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi.

La ricostruzione puntigliosa della vicenda Cucchi: dalla battaglia per la verità della famiglia alle responsabilità dello Stato.

“Presunta morte naturale” è l’epitaffio di Stefano Cucchi, morto a Roma il 22 ottobre 2009 all’ospedale-carcere “Sandro Pertini”. Una settimana prima era stato arrestato per spaccio: sette giorni nelle mani dello Stato, dai carabinieri alla polizia penitenziaria, dai magistrati ai medici di carcere e ospedale. La famiglia lo rivedrà dietro una teca di vetro: sul suo corpo, inequivocabili segni di percosse. Ma lo Stato, dopo averla alzata, nasconde la mano, negando la propria responsabilità. Ne è prova la sentenza di primo grado del processo, che commina pene lievi ai medici, assolvendo i tre agenti di polizia penitenziaria imputati solo per lesioni. Il pestaggio, infatti, è riconosciuto ma resta “orfano”. Un’inchiesta dalla parte dei “vinti” che – minuto per minuto, attore per attore – recupera le testimonianze accantonate, le ragioni delle parti civili e depura i fatti da ogni omissione. Ma non solo: affronta temi quali l’“esercizio esclusivo della forza” da parte dello Stato, il reato di tortura, la legge Fini-Giovanardi sulle droghe.

Prefazione di Luigi Manconi e Valentina Calderone. Testi di Ilaria e Giovanni Cucchi, Patrizio Gonnella (Antigone), Mauro Palma (giurista) e Lorenzo Guadagnucci (giornalista).

Duccio Facchini

Scrive dal 2011 per il mensile “Altreconomia”. È coautore del libro “Armi, un affare di Stato” (Chiarelettere 2012). Fa parte dell’associazione “Qui Lecco Libera”.

Moto neopoetico partenopeo

La poesia e la musica sono tra gli strumenti più efficaci per arginare lo strapotere omologante dei media e delle mode, per dare suono e voce alle più profonde aspirazioni umane, alle esigenze e alle condizioni reali di vita delle persone.

Suoni e parole di un’ostinata e irriducibile autonomia espressiva capace di sfuggire al subdolo condizionamento del mercato generalizzato delle idee, dell’arte, delle merci e dei sentimenti, per mostrare la palpitante verità oltre le veline dell’apparenza, della fiction e della propaganda del pensiero dominante.

Nell’era della pubblicità, della dominazione visiva e della comunicazione virtuale, solo la poesia e la musica possono competere con la velocità corruttiva delle immagini, opponendo a quelle dell’inganno e del consumo quelle dell’autenticità e dei valori.

Se un romanzo è un film, un testo poetico o una canzone sono senz’altro un videoclip, più adatti della grande narrazione alla guerriglia semiologica e allo scontro semantico in atto.

Moto, perché movimento, onda e istanza di cambiamento, moto ribelle, rivolta, arrevuoto.

Neopoetico, perché suono, parola, lingua, linguaggio, ritmo, semantica (si spera contagiosi) di mutamento e di ribaltamento.

Partenopeo, perché figlio di una Terra in tumulto, fertile, felice e stuprata, dove nei millenni culture, suoni e parole del mondo si sono fuse in un solo popolo al calore del Sole e della lava del Vesuvio… dove ancora battono d’amore i cuori trafitti dall’ingiustizia… dove l’incanto, il canto e la protesta non si arrendono mai… dove l’odore dei caffè, del basilico e del mare si mischiano a quello della povertà, del sangue e delle discariche… dove le contraddizioni sociali del Mondo sono le vene aperte e sanguinanti di un Sud nel bel mezzo del cosiddetto Occidente avanzato.

Moto neopoetico partenopeo è una performance dall’andamento vario che alterna la meraviglia alla bestemmia, la lirica all’ironia, il sussurro all’urlo, la melodia al ritmo sincopato, il delirio visionario alla cruda realtà… perché alimentata da differenti moti d’animo, d’umore e di senso, e anche perché utilizza due lingue: l’italiano e il napoletano.

Ogni mutamento – che sia legato alla storia narrata, al sentimento o all’argomento – è segnalato con un cambio di copricapo, che incarna il soggetto sociale, storico o psicologico che in quel momento si esprime nel magmatico animo vulcanico di un popolo, quello napoletano, che se da una parte conserva uno sguardo ingenuo e autenticamente poetico (capace di commuoversi per un eclissi o per un arcobaleno) dall’altra è invece allergico a ogni forma autoritaria, mostrando tutto il suo spirito polemico e spigoloso, il rancore per le ingiustizie e le discriminazioni subite, l’irrisione sagace e il tumulto.

Si tratta quindi anche di uno spaccato “metronapolitano”, tra disagio, precarietà, protesta, analisi sociale e desiderio di riscatto, in una sequenza di suggestioni e racconti che svela l’abisso esistente tra le speranze umane più spontanee e una spietata realtà dominata dalla competizione selvaggia voluta dal libero mercato e dall’interesse politico-economico.

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