“Auguri, Vag61…”

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Pubblichiamo i messaggi inviati per i dieci anni di Vag61 inviati da Haidi Giuliani, Claudio Lolli, Pino Cacucci, Serge Quadruppani, Milena Magnani e Paola Staccioli, oltre ad un estratto dell’intervento con cui Valerio Evangelisti ha arricchito la serata del 6 dicembre.

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A Bologna ci venivo già da prima. Prima del G8, intendo. Ci venivo per la stazione. Che caldo, in agosto! Poi mio figlio mi ha portato anche in via Mascarella. In primavera.

La mamma di Roberto Franceschi dice che è la stagione dei nostri ragazzi.

Mio figlio non c’era più ma in quella strada venivo a cercarne un altro, ammazzato uguale. A quell’altro non avevano sparato in faccia, no: alle spalle, ma era la stessa causa, la stessa repressione. Identica la negazione di qualsiasi forma di giustizia.

E’ stato proprio a Bologna che ho cercato per la prima volta di metterli insieme. Loro due e tutti gli altri. A pensarli, tanti come sono, il dolore non diminuiva al contrario toglieva l’aria ma aumentava la frenesia di fare qualcosa. Già, ma che cosa?! Per anni ho viaggiato da nord a sud, da est a ovest. Ogni città un figlio, o anche di più. Non riuscivo a raggiungerli tutti. Scappavano. E’ normale, pensavo. Loro vogliono i coetanei, non una vecchia madre. Li cercavo sui muri dei centri sociali.

Un giorno ho trovato Francesco e Carlo qui, a Vag. Ho respirato, erano in buone mani.

Un porto sicuro, Vag.

Posso riconoscere i compagni e le compagne che abbraccio ogni luglio in piazza Alimonda, che incontro in tanti cortei, nei luoghi di resistenza.

Posso rifugiarmi quando sono di passaggio e troppo stanca. Come quel 2 agosto che arrivavo in ritardo, di corsa incontro al corteo. Ho mirato a Cofferati, il sindaco che aveva da poco fatto abbattere le baracche sul Reno. I vigili in testa cercavano di fermarmi, sgusciavo tra le mani perché sono piccola. La legalità, gli ho detto quando l’ho preso per la manica, deve partire dall’alto. Da tutti, mi ha risposto. Tutti chi, tutti i soliti? ma era già passato oltre. Passano sempre oltre, là in alto.

Una sicurezza, Vag.

Ricordo un giorno che ci sono arrivata in auto con Giuliano. Che guida benissimo e veloce, in autostrada. Gli basta entrare in una città e si perde. Non lo ammetterà mai. Ci siamo messi a litigare sulla direzione da prendere, è normale. A un tratto eccola, ho gridato, Via Paolo Fabbri 110. La salvezza.

Grazie, Vag.

E ti prego: mantieniti così, anzi continua a crescere, per il bene di tutte e tutti noi.

Haidi Giuliani

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Un cerchio inconcluso e sbiadito. Un fulmine segmentato con punta di freccia che lo penetra e lo attraversa.

Questo, se ben ricordo, era il logo dei primi e più attivi centri sociali. Logo che abbiamo visto anni fa riprodotto sui muri delle nostre città in mille e mille copie. Il cerchio è la città postindustriale, inconclusa perchè perdente ed incapace di gestire gli errori del suo passato: capannoni abbandonati, fabbriche dismesse, luoghi ormai privi di identità in quanto ormai incapaci di produzione.

Luoghi che trovavano una loro identità sociale ed urbana solo ed esclusivamente nella produzione.

Spazi perduti, spazi morti.

Il fulmine segmentato con punta di freccia è l’intelligenza collettiva che, con una velocità simile alla violenza, vuole riappropriarsi di questa città morta, delle schegge impazzite di queste cinture slabbrate, e ricostruirne un’identità, un’identità ‘altra’ basata sulla produzione ma produzione di socialità, di cultura, di idee. Di politica, insomma.

Come far rivivere dei luoghi insignificanti con l’infusione di una linfa nuova, carica di progettualità diversa, di attenzione alle emergenze ed ai bisogni urbani, quindi di una città, ma anche di una società, che non vuole riconoscere le proprie contraddizioni né tantomeno risolverle.

Se è così, credo che il Vag61 abbia compiutamente fulminato e incendiato ed illuminato questa città e mi pare che la sua energia sia ben lungi dall’essersi esaurita.

In occasione del compleanno quindi i miei migliori auguri al Vag ed a coloro che alla sua festa contribuiscono e partecipano, che alla sua festa co-spirano.

Con affetto,

Claudio Lolli

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“Sono contento di vedere che questa realtà resiste anche in tempi parecchio difficili, ma un centro sociale- chiamiamolo così, poi c’è chi preferisce altre espressioni- è tale perchè è utile proprio e soprattutto nei momenti difficili” (…) “Occorrerà una grande intelligenza collettiva. Ritengo che si sia entrati in una fase diversa da quelle che c’erano fino a qualche anno fa, nella quale occorre non solo conquistare degli spazi ma anche conquistare delle posizioni” (…) Bisogna porsi l’obiettivo di “mutare i rapporti di forza dove si può. E’difficilissimo, quasi impossibile farlo senza usare la forza stessa. Ma siamo entrati in una fase in cui occorre una battaglia più dura, perchè se non vinciamo adesso ci cancellano per sempre e lo stanno già facendo. Chi rompe un bancomat rischia 15 anni di prigione, chi va a svellere i paletti in Val di Susa viene trattato come un terrorista e denunciato come tale. Si sono accorti che c’è un pericolo e stanno tentando di sradicarlo, per cui occorrerà una forza notevole anche perchè oggi viene fatto tutto in forme più sottili. Ti sbattono in galera ma presentandoti come qualcos’altro, ormai è diventato tipico dire in tv, come l’altra sera la Santanchè, ‘mi hanno trattato come una NoTav’, volendo dire ‘come una brigatista’. Sta di fatto che la fase diventa difficile. Però, una cosa dobbiamo rivendicarla ed esserne orgogliosi: di aver portato fin qua il nostro bagaglio e la nostra coesione di fondo, almeno sui valori. E’ un’impresa memorabile, perchè non in tutti i Paesi è stato così. Andate in Francia e vedrete che resta ben poco di quanto c’era una volta. In Italia è stato così anche grazie ai centri sociali e, nel nostro piccolo, grazie ad un centro sociale particolare che è il glorioso Vag61”.

Dall’intervento di Valerio Evangelisti nella serata del 6/12

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C’è un luogo, tra la Cirenaica e il Rio Bravo, dove so di poter tornare tra genti degne anche quando temo di non riuscire a sopportarla più, questa città.

A Bologna c’è chi frequenta i salotti buoni, e chi preferisce un tinello: quello del Vag, dove ho visto cose inimmaginabili…

In questi dieci anni, al Vag è successo di tutto, compresi i miracoli: in una città sempre più cinica e indifferente, qui si è tenuta in vita la passione, morta e dispersa altrove, e persino una cosa che ormai è difficile trovarla sul vocabolario: la solidarietà, comunque e ovunque, a qualsiasi costo.

E intanto, si è mangiato e bevuto, al Vag, ché la gola ha il suo peso in questa perra vida, e in quanto all’ugola, si è pure cantato e ballato, e fatto musica: al Vag ho visto manipoli di sgangherati strimpellatori diventare un insieme di suoni armonici, e se vi pare poco, dovevate sentirli all’inizio delle prove, e dopo, sul palco: un altro miracolo.

Al Vag ho visto libri riprendere vita in un paese dove con la carta stampata non ci si avvolge più neanche il pesce, ho visto vignaioli matti che parlavano della vite (e anche CON la vite) e del vino, come Spinoza vi avrebbe parlato di dottrina morale, e quando raccontavano di vendemmia e mosto sembravano Martin Luther King che raccontava di avere un sogno…

Quanti matti, ho incontrato al Vag: persone che in questa città e in questa epoca, coltivano il dubbio fecondo mettendo in discussione pensieri unici e coltivano orti biologici dando un senso etico persino alla lattuga… E artisti di parte e poeti che non si fanno mettere da parte, cuochi improvvisati e cuoche provvisorie, lavoratori precari e ribelli precoci, associazioni compagne di strada e singoli compagni di solitudini, e tanti portatori sani di agitazione sociale e qualche agitato di passaggio…

E ogni tanto pure qualche chiodo, perché no, ma noi, che a vent’anni amavamo i bulloni, apprezziamo anche i chiodi.

Buon Decimo Compleanno, Vag!

Pino Cacucci

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Dai movimenti sociali in Francia alle insurrezioni dei paesi arabi, da Occupy alla Grecia e alla Turchia, ci è capitato spesso, in questi ultimi anni, di vedere dei movimenti che coinvolgevano gente di origine, di ceto sociale, di genere e di età molto diversi, e che prendevano delle forme molte radicali, affermando una vera potenza che fa tremare i poteri.

Purtroppo queste moltitudini si sono sempre fermate al momento in cui si doveva pensare a un vero cambiamento della società.

Uno dei freni tra i più efficaci che impediscono di passare dalla contestazione del capitalismo e del suo Stato, alla rivoluzione è precisamente la mancanza di un immaginario della rivoluzione, risultato di trenta anni di contro-riforme neo-liberali.

E necessario riprendere da zero il problema del “Cosa fare?” evitando ovviamente le vecchie ricette leniniste che hanno dimostrato la loro capacità a dare a una minoranza la possibilità di prendere il potere, ma soltanto per non restituirlo mai al popolo.

Davanti alla catastrofe ecologica, all’incapacità sempre più evidente della vecchia politica di proporre la più minima speranza di cambiamento, abbiamo bisogno di riprendere il lavoro di pensare l’utopia.

L’idea della “politica dal basso”, riemersa questi ultimi anni, non è altro che quella dell’autogestione delle lotte.

Il tema dell’autogestione, affermato durante gli anni ’70, sarà necessariamente il punto di partenza di ogni riflessione sulle rivoluzioni auspicabili.

Forme di emancipazione sorgeranno sotto delle maschere inaspettate. Ma è più che probabile che in queste pentole dell’avvenire bolliranno anche dei miscugli strani e a volte mefitici.

Noi non abbiamo delle ricette pronte, proponiamo solamente la nostra la volontà di avanzare verso una nuova forma sociale: l’autogestione generalizzata delle nostre vite.

Serge Quadruppani

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Tonino, non firma

Io però, un posto che ha per nome un indirizzo, non l’ho mica capito.

L’ho detto a quelli che volevano farmi firmare la petizione, la petizione del quartiere per farli sgomberare.

Mi hanno guardato tutti stizziti: a noi non ci interessa il nome che porta. Ci interessa solo di farli scomparire. E fine.

E dopo mi allungavano quel foglio e blateravano: – lo capisce signor Tonino che lei ha ottant’anni e ha il diritto di vivere tranquillo, qui in via Paolo Fabbri. O pensa che sia giusto dover sopportare tutta quella confusione, tutti quei balordi che passano le nottate a bere e a darsi bottigliate.

E mi prendevano la mano perché scrivessi il nome. Me la tiravano proprio.

– Oh!! – Gli ho urlato – avrò anche ottant’anni ma la decisione di mettere una firma la gestisco ancora io, sa?!

E dopo li ho guardati, avevano la faccia da democristiani, da chierichetti della parrocchietta mia e io quel tipo di facce non le posso proprio sopportare. Così gliel’ho detto: sapete cosa vi dico, io della vostra petizione me ne infischio. E chiuso il discorso. E dopo ho chiuso la porta.

Però non è escluso che poi un giorno, se quel Vag là, mi da fastidio io non esca e non vada giù a firmare.

Infatti per capire meglio come stanno le cose, la sera, con mia nipote Gisella sono tornato alla carica.

Ma quel posto lì, che razza di posto è? com’ è che porta per nome un indirizzo?

Via Azzo Gardino 61, che poi non è neanche l’indirizzo di dov’è adesso, è l’indirizzo di dov’era prima. Ma un’ identità, un posto così non ce l’ha?

Gisella si è messa a farmi tutto un discorso su un movimento e di una serie di faccende di lotte che lei chiama rivendicazioni…. Bah.

Allora è saltata su mia moglie Lina che lei è di origine napoletana e vede le cose alla meridionale: – ve lo dico io qual è l’identità di quel posto, l’identità di quel posto è nel numero civico:

61: u muorto acciso! Che è quello che gli augura la gente del quartiere quando passa, no?

Il fatto è che poi ci ho riflettuto, un posto che porta per nome l’indirizzo di dov’era prima.

ma dico, mi hanno tanto parlato dei giovani che volevano “rivoluzionare”, quelli che pretendevano di mettere la fantasia nel potere e poi è questa la loro fantasia?

Sembra il nome di un esame di laboratorio: “signor Tonino vada a fare una tac! vada a fare una vag! Sì, quegli esami che mi fanno fare con la mutua, dopo 10 mesi di attesa, per vedere le mie ossa, sotto, quanto sono scalcagnate.

E in effetti, a ben pensarci, forse è il nome giusto per un posto così perché, quando mi capita di passare di lì, vedo proprio le ossa di una Bologna parecchio scassata, che assomiglia tanto alla mia schiena.

Donne che arrivano su delle biciclette mezze rotte, giovani che portano i pantaloni dei fratelli maggiori perché gli scendono giù tutti larghi, e anche certi signori, che non sono poi così tanto giovani che arrivano lì su delle automobili fuori moda. Ma io dico, può darsi che Bologna in questi anni si sia un po’ impoverita, ma tra la gente che frequenta quel posto, possibile che nessuno c’abbia qualche soldino in bisaca! Qualche soldino per comprarsi una macchina un po’ lucidata?

Comunque!

A volte ci sono anche dei lenzuoli, dove sopra c’è scritto che bisogna difendere i diritti dei precari, ci sono dei tizi che usano degli spray e scrivono parole che lo capiscono solo loro che cosa vogliono dire.

E poi tutta quella gente che sta lì e fa tutto un avanti e indietro, fa tutto un fuori e dentro da quell’androne, per ore e ore.

Ma io dico: la gente che frequenta il Vag, una casa non ce l’ha? O i soldi per andarsi a bere qualcosa al bar? Che cosa c’è che vanno a fare là?

Mi ha risposto il Sig. Menarini, che lui, la petizione, l’ha firmata: – se vuoi sapere la verità, io te la dico: quello è uno di quei posti dove la gente si va a imbucare, la gente che frequenta dei posti così sono persone non hanno voglia di fare niente da mattina a sera, ma boia di quella madosca, se avete tutta questa energia, questo tempo per andare a scarabocchiare la parete esterna del posto dove state, allora trovatevi un lavoro serio no? Almeno, se vi trovate un lavoro serio, fate qualcosa che ha un’utilità sociale e noi la sera possiamo anche dormire!!! Giusto o no?!

E dopo mi ha preso sotto braccio, il signor Menarini, e mi spingeva.

– ma dove mi vuoi portare , Menarini!?

– vieni Tonino che ti porto a firmare il modulo per lo sgombero.

Ma no ma no!

Gli ho detto che non c’ho mica tempo da perdere per queste faccende da donnicciole, tempo di fare un chilometro di strada per andare a scrivere il mio nome, ma scherziamo!? io c’ho da pensare a delle cose ben più serie, c’ho andare a prenotare l’elettrocardiogramma e a prendere il Cumadin per Lina.

Ah!!! – ha detto il signor Menarini – tu Tonino hai la moglie che soffre di cuore e ti rifiuti di firmare per la tranquillità!? ma non lo vedi che intorno a quel posto, proprio come il sarcoma di un cancro, è spuntato un dormitorio per tutta la delinquenza più patentata e adesso ci parcheggia di fronte pure il furgoncino che droga gratis le persone! E ieri sera nel cortile ci dormiva una squadra di extracomunitari…tutti irregolari, che non sanno neanche com’è fatto, quelli, un permesso di soggiorno!!

Signor Menarini, gli ho detto, qui in via Paolo Fabbri, quando ero bimbo, mio padre e mio zio sono stati ospitati in un sotto scala perché erano inseguiti dai fascisti! Le camice nere li volevano gambizzare con le roncole!! Capisce quello che voglio dire?

– Ma che c’entra? – ha fatto lui – sarà l’età che hai, Tonino, ma ogni tanto parli a vanvera e dici cose che non c’entrano con il discorso che si sta facendo!

Sarà!!

Comunque sia io la petizione per lo sgombero non l’ho ancora firmata. Ma mica per fare un dispetto a Menarini.

Non l’ho firmata perché, saranno i pensieri di un vecchio, ma ogni tanto mi torna in mente mio padre che, dopo essere scampato all’agguato dei fascisti, per tutta la vita ha portato sulla giacca una spilla con la faccia di Carlo Marx , che mia madre poi si infuriava: – ma quando ci togli quel barbone dal davanti! Non c’hai da indossare qualcuno che abbia un aspetto un po’ più fresco!?

Ma mio padre se la rideva e mi diceva: – solo di una cosa, Tonino, non ti dimenticare, che il pane e il lavoro che stanno in una città vanno divisi in modo uguale.

Saranno i pensieri di un vecchio ma mentre passavo lì accanto al Vag e sbirciando dentro, ho visto spuntare una falce e un martello.

Milena Magnani

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