A Bologna nevica e si dorme per strada

Stanotte, mentre la neve cadeva a fiocchi, in via Paolo Fabbri, a poche decine di metri dal dormitorio pubblico di via Sabatucci, un uomo in ciabatte dormiva per terra sui cartoni. Non è la prima volta che un episodio simile si verifica.

Da quando il Comune ha deciso di chiudere l’asilo notturno di via Lombardia, riservando alcune decine di posti del Centro Beltrame per la cosiddetta “accoglienza a bassa soglia”, sempre più spesso, persone che non trovano posto passano la notte nelle strade adiacenti a Vag61.

Che quella scelta fosse scellerata lo denunciammo nei mesi scorsi: mischiare diverse “situazioni problematiche”, utenti del dormitorio pubblico con quelli dell’asilo notturno, avrebbe aumentato le criticità nella gestione della residenza collettiva. Ma è ancora più grave che non sia stato pensato nessun tipo di aiuto per chi rimane fuori dal numero dei posti letto ed è costretto all’addiaccio.

In momenti di crisi, come quelli che stiamo vivendo, la città dovrebbe essere l’ultimo rifugio della solidarietà.

In realtà, quello che abbiamo visto in questi mesi, coi tagli indiscriminati al welfare municipale, dimostra sempre più che gli amministratori pubblici (siano essi sindaci di centro-destra o di centro-sinistra, o commissari prefettizi) hanno deciso di trasformare la guerra alla povertà in guerra ai poveri.

Il perverso connubio fra l’orientamento dell’opinione pubblica e dei media, l’atteggiamento delle forze politiche e delle istituzioni, la carenza di politiche sociali e abitative rivolte alle fette più deboli della popolazione ha prodotto situazioni di disagio sociale endemico che provocano assai frequentemente vere e proprie tragedie, come la morte del piccolo Devid.

Non è eccessivo parlare di una vera e propria “mutazione antropologica distruttiva”, perché valori fondanti, come la solidarietà a chi è in difficoltà e l’aiuto al proprio simile che soffre, vengono meno.

In questi anni, a Bologna, è proseguito un processo di regressione e di imbarbarimento, di perdita delle ragioni fondamentali del legame civile.

Prima c’è stata l’“Accoglienza disincentivante” della Giunta Cofferati, tesa a scoraggiare le persone in difficoltà sociale, con una maggiore rigidità nell’accesso ai servizi (per i migranti, per i senza fissa dimora, per i tossicodipendenti, per gli ex detenuti). Oggi ci sono le “sforbiciate” della Giunta Commissariata, guidata dalla Cancellieri, che, chiudendo servizi, non si “preoccupa” del disatro sociale che provoca.

E pensare che sono trascorsi pochi mesi dalla fine del 2010, dell’”Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale”.

Per l’Unione Europea gli obiettivi specifici avrebbero dovuto essere:

– promuovere il riconoscimento del diritto delle persone che versano in situazione di povertà e di esclusione sociale a condurre una vita dignitosa e a partecipare attivamente alla società;

– accrescere la dimensione di responsabilità pubblica delle politiche di inclusione sociale, ribadendo che ognuno è tenuto a fare la sua parte per affrontare il problema della povertà e dell’emarginazione;

– promuovere l’importanza e la necessità di eliminare la povertà;

– coinvolgere tutti gli operatori, tutti gli attori della società e tutti i livelli di governance nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale.

Sempre in quell’ambito, la campagna “Ending Homelessness” si poneva di raggiungere questi risultati:

– nessuno deve dormire per strada;

– nessuno deve vivere in sistemazioni di emergenza per un periodo superiore all’”emergenza”;

– nessuno deve vivere in sistemazioni transitorie per un periodo più lungo di quello necessario a una successiva sistemazione;

– nessuno deve lasciare una struttura senza disporre di un altro posto dove essere accolto;

– nessuna persona giovane deve sperimentare l’homelessness quale risultato della transizione a una vita autonoma.

Non c’è nessuna demagogia nel constatare quanto Bologna sia lontana da questi presupposti.

La vita dei senza fissa dimora è infernale, è una assurdità quotidiana, non dovrebbe essere accettata come un fatto normale.

Per gli amminstratori pubblici di questa città, a quanto pare, non è così. Altrimenti non proporrebbero in continuazione lo stereotipo che i senza fissa dimora hanno scelto loro di vivere in condizioni di povertà estrema.

Se si ritiene che non vogliano avere una casa (e tutto ciò che questa scelta comporta), ne discende che non hanno bisogno di aiuto.

Questo è quello che vorrebbero indurci a pensare.

“I poveri disturbano” era il titolo provvisorio di “Miracolo a Milano”, il film del 1950 con la regia di Vittorio De Sica, tratto da un testo di Cesare Zavattini. Sotto le Due Torri, Annie Girardot girò un film in cui interpretava un’anziana barbona, con alle spalle una vita di dolorosi segreti.

Qualche giorno fa la grande Annie se n’è andata, ma i poveri a Bologna sono rimasti e continuano a “disturbare”.

Vag61

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