L’ultimo fiume selvaggio d’Europa è a un bivio. Comitati e associazioni si battono contro le grandi opere previste lungo l’ultimo fiume che conserva ancora le caratteristiche originali di molti corsi d’acqua alpini, come l’ampio alveo dinamico a canali intrecciati.
20:00 | cena benefit a sostegno della campagna Lince_occhi sugli abusi
Ricordare Orso non è un esercizio di nostalgia. È un atto di presenza nel tempo che abitiamo, un tempo in cui la guerra torna linguaggio quotidiano, le frontiere si irrigidiscono, le democrazie si fanno armate e la paura diventa strumento di governo.
In questo mondo che scivola verso l’autoritarismo globale, la scelta di Orso continua a parlarci: non come mito, ma come pratica. La sua partenza per il Rojava è stata la risposta concreta a una domanda che ci riguarda tuttə: come si difende la libertà quando la libertà viene compressa ovunque.
Oggi, mentre i conflitti si moltiplicano e le potenze giocano a ridisegnare il pianeta, i movimenti libertari e la sinistra extraparlamentare restano uno dei pochi spazi che rifiutano la logica del “non c’è alternativa”. Siamo ancora qui a costruire comunità, a intrecciare solidarietà, a immaginare mondi che non si piegano alla violenza dei confini e dei mercati.
Per questo Orso è memoria viva. Perché ci ricorda che la dignità non è un concetto, ma un gesto. Che l’internazionalismo non è passato, ma necessità. Che la libertà si difende solo se la si pratica insieme.
Lo ricordiamo così: con la cura ostinata degli spazi che abitiamo, con la rabbia lucida di chi non accetta l’ingiustizia come destino, con la tenacia di chi continua a credere che un’altra storia sia possibile.
Orso vive nelle lotte che non arretrano. Nelle comunità che resistono. Nelle strade che ancora attraversiamo insieme.
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Qual è il rapporto del cibo con la crisi climatica? Quali sono gli aspetti culturali, storici, economici e politici che si intrecciano sulle nostre tavole? In quali modi l’ossessione per le “tradizioni” gastronomiche trasforma le città? Cosa significa avere accesso al cibo, e riempire il piatto?
Ne parleremo il 17 marzo a VAG61, in una serata che, dopo il dibattito, ospiterà una cena sociale a sostegno di Fornelli Ribelli e del progetto di costruzione di una cucina collettiva.
Vi aspettiamo alle 18.00 per discuterne con:
– Federica Timeto, Università Ca’ Foscari Venezia
– Paolo Savoia, Università di Bologna
– Fornelli Ribelli
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NO ai CPR, l’emergenza è il governo Meloni Sabato 14 marzo alle ore 15,30, manifestazione con partenza in Piazza XX Settembre
Parteciperemo alla manifestazione regionale del 14 marzo perché siamo contrari alla riapertura di un CPR nella nostra città e nella nostra regione e ci batteremo con tutte le forze, come abbiamo fatto fino alla chiusura del CPT/CIE di via Mattei nel 2013.
Il ministro dell’Interno Piantedosi, stuzzicato dalla disponibilità a discutere del presidente della regione De Pascale, è ritornato alla carica per riaprire un centro di detenzione per migranti a Bologna. Nel frattempo l’ex sindaco di Firenze, oggi parlamentare europeo del PD, ha dichiarato che i CPR non servono, mentre i CPT, voluti dalla Legge Turco-Napolitano, erano utili. E si è rifatto vivo perfino Minniti (quello degli accordi per i lager in Libia) per dire che sono necessari.
Insomma, il governo Meloni, facendo un parallelo strumentale tra immigrazione e pericolosità sociale, punta sui Centri per il Rimpatrio come uno dei tasselli fondamentali per i vari decreti Sicurezza che ha emanato. Ma pure alcune forze politiche del cosiddetto “campo largo” non ripudiano la “detenzione amministrativa” per i e le migranti che leggi dello Stato (come la Bossi-Fini) hanno trasformato in “soggetti illegali”, costringendoli/e a una condizione di irregolarità organicamente prodotta dallo stesso sistema di governo delle migrazioni.
Nel corso degli anni hanno cambiato nomi, ma dietro a quei maledetti acronimi che sono stati, di volta in volta, affibbiati ai centri di detenzione per migranti, lo Stato ha attivato delle vere e proprie “zone di eccezione” dove si sono sperimentate la sospensione “temporanea” dei diritti e l’estensione dell’arbitrio, e si sono collaudate tecniche di controllo e di disciplinamento da espandere poi al resto della società. È sempre così: quando si accetta che alcuni vivano in uno spazio dove i diritti valgono meno, si finisce per accettare che i diritti valgano meno per tutti.
Nello scenario prodotto dall’ultimo decreto Sicurezza varato dal governo fascio-leghista, i CPR diventano, come e più di prima, luoghi dove si effettua la “detenzione senza reato” e dove si esercita un potere sempre più brutale e sempre meno disposto a riconoscere limiti al proprio esercizio. Inoltre, nel nuovo decreto, colpisce molto, accanto al termine “detenuti”, l’uso della parola “internati” (un vocabolo utilizzato per le misure di sicurezza e la pericolosità sociale). In questo modo si sta dando vita a un impianto normativo che, per le persone migranti, rafforza il legame tra carcere, identificazione ed espulsione, contribuendo a spostare la gestione della presenza straniera solo dentro una cornice securitaria.
Meloni e Piantedosi sono appieno consapevoli che il rimpatrio o l’espulsione sono e rimarranno a lungo una percentuale assai ridotta rispetto ai flussi migratori. Il celebre annuncio della presidente Giorgia Meloni (intervento repressivo sull’orbe terracqueo) rimane una trovata di rozza propaganda elettorale, senza alcun legame con quello che avviene quotidianamente nel gran mare del fenomeno migratorio. Ma questo “nervo scoperto” viene nascosto dall’esercizio di un potere punitivo, sganciato da limiti e vincoli, in nome di un ordine sociale che prevede una diversa violabilità della libertà personale per donne e uomini migranti.
Vorremmo che fosse chiaro: la vera emergenza odierna, che produce povertà e disagio sociale, è rappresentata dal progressivo deterioramento dello stato di tutela dei diritti fondamentali delle persone migranti. E vorremmo che ci si rendesse conto che tutto questo rappresenta il preambolo di politiche repressive e di controllo tese a colpire le diverse forme di dissenso e di opposizione presenti nel paese. La storia insegna sempre la stessa cosa: quando si accetta che qualcuno valga meno, si apre la strada perché chiunque possa valere meno.
E in tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo e con la situazione da Stato di polizia che si sta determinando, tutto questo si può solo inasprire.
Per questo condanniamo anche l’ambiguità di chi, come il presidente della Regione Emilia-Romagna, rincorrendo la destra sui temi della sicurezza, si è dichiarato disponibile a discutere sulla possibilità di riaprire nei nostri territori un centro di detenzione per migranti.
A Bologna, dal 2000 al 2013, ci fu una opposizione prolungata che portò alla chiusura dell’allora CIE/CPT. I movimenti e diverse organizzazioni sociali si ribellarono, con una pluralità di forme e di pratiche di lotta; si arrivò fino allo smontaggio del lager di via Mattei.
È un pezzo di storia collettiva su cui non si può tornare indietro. E ogni volta che si prova a cancellare la memoria delle lotte, si tenta anche di cancellare la possibilità stessa di resistere.
Lo diciamo senza indugi: ci batteremo ostinatamente per impedire che a Bologna, in Emilia Romagna e altrove venga aperto un nuovo lager etnico.
Per questo scenderemo in piazza sabato 14 marzo insieme ad altre realtà della nostra regione, sperando di essere in tante e tanti.
Le compagne e i compagni di Vag 61
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la presentazione di due volumi in chiave abolizionista
– DECOSTRUIRE LA PENA: PER UNA PROPOSTA ABOLIZIONISTA, di Giuseppe Mosconi, Ed. Meltemi 2024
– ABOLIRE L’IMPOSSIBILE: LE FORME DELLA VIOLENZA, LE PRATICHE DELLA LIBERTA’, di Valeria Verdolini, Ed. Add 2025
Partecipano:
Valeria Verdolini, Giuseppe Mosconi, Alvise Sbraccia (Antigone Emilia-Romagna)
All’interno della cornice politico-culturale ormai storicamente consolidata del securitarismo e a fronte dell’accelerazione delle derive autoritarie che aggrediscono forma e sostanza delle democrazie occidentali, il rilancio e lo sviluppo di prospettive critiche che affrontino i processi di criminalizzazione e le loro ricadute istituzionali appaiono quanto mai necessari. I tratti regressivi e ossessivi del panpenalismo contemporaneo, che si configurano per la loro pervasività ideologica, si connettono infatti ad effetti drammaticamente sostanziali nel campo della giustizia penale e nei comparti della detenzione. L’estensione di un controllo penale incapace di affrontare e gestire le problematiche sociali legate a vasti processi di marginalizzazione può essere contrastata attraverso gli strumenti propri degli approcci abolizionisti che iniziano a farsi largo in ampie aree del pensiero critico.
All’interno della 3 giorni in ricordo di Francesco Lorusso e dei movimenti del 77 bolognese, il Centrodoc “Lorusso-Giuliani” organizza l’incontro: LA DIFESA GIURIDICA MILITANTE DI FRONTE ALL’ILLEGITTIMITÀ DEL POTERE
Le storie del Collettivo Politico Giuridico di Bologna (dai primi anni Settanta al ’77) e del Genoa Legal Forum (per le mobilitazioni del luglio 2001 contro il G8), le voci di avvocatə, un linguaggio comune condiviso in contesti e generazioni differenti. Un sentire etico e politico capace di tracciare un filo rosso di esperienze professionali e di militanza che si sono realizzate in fasi storico-politiche diverse. E oggi, al tempo del populismo penale, dei ripetuti “decreti sicurezza” e delle zone rosse, di fronte a una nuova (inventata) “emergenza antagonista”e a un clima repressivo da “Stato di Polizia” come si organizza e si mette in relazione l’assistenza legale di compagne e compagni?
Ne parliamo con:
Milli Virgilio, avvocata penalista Alessandro Gamberini, Emanuele Tambuscio, avvocato penalista Elia De Caro, avvocato penalista Gian Andrea Ronchi, avvocato penalista e del lavoro Valerio Monteventi, Centro di documentazione dei movimenti “F. Lorusso-C. Giuliani” modera: Giulia Carati
GIOVEDÌ 12 marzo – ore 18 a Vag61, via Paolo Fabbri 110
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Si pensava che fosse difficile fare peggio di Cofferati, che caratterizzò il suo mandato con gli sgomberi sul Lungoreno, le ordinanze antilavavetri e il coprifuoco alcolico, ma questa giunta sta rischiando di superarlo a destra mettendo in pratica, nei fatti, i decreti sicurezza del governo Meloni.
L’uso della polizia nei conflitti sociali ed ambientali sta diventando un brutto vizio: i manganelli e i lacrimogeni che sono caduti sulle teste dll3 student3 e dell3 manifestanti qualche mese fa, sono prodotti della stessa ditta.
Siamo dalla parte delle persone che sono state caricate e arrestate e con loro siamo solidali.
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Parleremo insieme partendo dalla presenza trans e queer nella scorsa flotilla del 2025 passando al progetto della Rafi Queer, una barca transfemminista costruita dal basso verso la prossima flotilla.
Strumenti per portare avanti la lotta per la Palestina libera, come froce e queer ci organizziamo attraverso diverse pratiche e strategie ponendo al centro il sostegno alla resistenza palestinese contestando il sistema coloniale e sionista che strumentalizza le nostre lotte contro il pinkwashing, razzismo e islamofobia. Denunciando le complicità dell’occidente nei suoi legami con lo stato imperialista.
Ci interroghiamo su come costruire pratiche che attraversino ogni spazio per sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese anche verso lo sciopero dell’otto marzo con Non una di meno.
Parte del ricavato andrà a sosostegno di Rafi Queer boat project
…a seguire tutt3 ad Ateliersì per festa @nudmbologna! Sgambettiamo verso L’ottomarzo, il 9 sciopero!
Prima di diventare templi del silenzio e del biglietto numerato, le sale cinematografiche erano ambienti ibridi e popolari, spazi attraversati da persone marginali, rumorose, curiose, dove si sperimentavano linguaggi nuovi e si costruivano immaginari collettivi. È a quell’idea di cinema che vogliamo tornare.
La Tana della Talpa non è solo una sala di proiezione, ma un appuntamento settimanale gratuito, aperta i venerdì dalle 19:30, in cui il cinema diventa un pretesto per stare insieme.
Questa settimana: Il Piccolo Punk (Der Kleene Punker), 79’, Michael Schaack,1993
Film d’animazione ambientato in una Berlino grottesca e surreale, segue le disavventure di un piccolo punk irriverente e marginale insieme con la sua banda. Tra satira sociale e spirito underground, è un racconto ribelle che gioca con stereotipi, potere e anarchia urbana.
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con Massimiliano Trentin (Università di Bologna), Giorgia Baldi (University of Sussex) e Sandro Mezzadra (Università di Bologna) e Samir Aita (Le Cercle des Economistes Arabes).
Mentre le temperature medie globali si alzano di anno in anno, è iniziata una nuova corsa agli armamenti. Nella congiuntura di guerra, il genocidio in Palestina è anche un ecocidio. Come osserva lo studioso Andreas Malm, in quell’angolo di mondo sconvolto dalla brutalità dei bombardamenti indiscriminati si intrecciano da almeno un secolo e mezzo colonialismo e riscaldamento globale, questione palestinese e combustibili fossili. Come le lotte ecologiste possono contribuire a rafforzare il supporto alle mobilitazioni contro il genocidio e al fianco del popolo palestinese?
A seguire cena sociale di autofinanziamento per la Climate Justice University
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Venerdi 27 a Vag61 faremo un punto della campagna di azionariato gkn e daremo supporto tecnico a chi deve ancora depositare le proprie azioni per l’azionariato gkn.
Ad oggi, il consorzio industriale della regione toscana, che i lavoratori avevano chiesto e per cui avevano scritto e fatto approvare la legge regionale, è una scatola vuota. Rompere l’immobilismo e il boicottaggio con un’azione: da Dicembre è iniziata la raccolta quote dell’azionariato popolare per salvare la fabbrica socialmente integrata e la reindustrializzazione dal basso. Non solo, adesso è anche possibile effettuare delle semplici donazioni. Lanciamo uno schiaffo a riarmo e guerra, con la reindustrializzazione dal basso.
Le flottiglie di mare che ci sono state e ci saranno, devono avere anche un corrispettivo sulla terra, nell’economia. In gkn si è data una proposta di come potrebbero essere fatte queste imbarcazioni: fabbriche sotto controllo collettivo convertite alla produzione ecologica. Noi continuiamo a credere che con GKN possiamo mettere a terra una ammiraglia della Flottilla di terra che verrà, una esperienza positiva contagiosa che può far vedere concretamente che esiste un altro mondo che deve nascere e sostituire questo mondo che ormai non farà altro che autodistruggersi.
In fin dei conti, se questa campagna riesce, la domanda sarà: a cosa servono “loro”?
📍Vag 61 – Via Paolo Fabbri 110 dalle 18:30
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PROGRAMMA
Assemblea sull’azionariato popolare e supporto tecnico alle adesioni
Lancio Festival Working Class -SENZA CHIEDERE PERMESSO
Cena sociale a supporto delle lavoratrici e lavoratori ex GKN
Tutto il ricavato della serata sarà a sostegno della vertenza exGKN
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Vi aspettiamo il 24 febbraio dalle 18:00 per confrontarci sull’impatto dell’industria della moda sull’ambiente e sulle geografie della città. Smontiamo insieme le ricadute del capitalismo coloniale che sfrutta le popolazioni fragili per soddisfare i nostri bisogni indotti e immaginiamo e raccontiamoci alternative al fast fashion.
Per il diritto al bello e per creare nuove forme di socialità fuori da sfruttamento e sovraproduzione.
Ci vediamo alle 18.00 per la discussione collettiva insieme a Le Gazze, exAequo e Gomito a Gomito.
A seguire Swap party a cura de Le Gazze + Piccolo Laboratorio di Serigrafia + Cena
Porta con te un capo che vorresti scambiare o a cui dare nuova vita!
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PRIMA, DURANTE E DOPO L’ALLUVIONE – LEGGERE, ATTRAVERSARE E TRASFORMARE L’EMERGENZA
Le alluvioni del 2023 e 2024 in Emilia Romagna hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema del territorio e della sua gestione. Ma c’è un prima, un durante e un dopo che caratterizzano ogni “emergenza” che attraversa i luoghi che abitiamo. Ci sono cause e responsabilità, di istituzioni e attori privati che operano in questi luoghi, e possibilità per definire collettivamente in che direzione si vuole andare, e come farlo.
Ci incontreremo sabato 14 febbraio al Vag61 a Bologna per un pomeriggio di auto-formazione a partire da uno sguardo complessivo al territorio romagnolo, alle infrastrutture di presunta decarbonizzazione in fase di costruzione e alle possibili implicazioni collegate alla loro interazione con un territorio fragile, esposto a eventi meteorologici estremi e all’ erosione costiera. Guarderemo assieme a come si interviene durante un’alluvione e quali altri modi ci sono per immaginarlo diversamente, e quindi a come organizzare ciò che viene dopo, con uno sguardo sistemico e focalizzato sull’ azione dal basso trasformativa.
Difendere Askatasuna oggi significa guardare senza tremare dentro l’abisso che si è aperto nel presente. Vivere in un Paese dove la precarietà è una condizione di vita generalizzata, dove i salari non ti permettono di vivere, dove il lavoro per tante e tanti si sta trasformando in schiavitù, dove la casa è un miraggio, dove le città si stanno trasformando a misura dei ricchi e il disagio sociale è la condizione quotidiana di moltissime persone: è dentro questo paesaggio che il gelo politico trova terreno fertile. I nuovi ddl sicurezza, le misure preventive, la trasformazione del dissenso in minaccia: tutto concorre a una landa amministrata dove la vita rimane immobile se non vuole essere colpita. È un gelo che non nasce dal clima ma dal potere, che si insinua nelle vene delle città per irrigidire ogni gesto che non sia obbedienza.
Gli spazi sociali – Askatasuna, come tanti altri – sono luoghi attrezzati contro questo gelo. Sono fenditure incandescenti nel cemento, radure che resistono anche quando tutto intorno si fa inverno. Qui la comunità non è un concetto, ma una foresta che cresce nel sottosuolo: radici che si intrecciano, linfe che circolano, rami che si sostengono. Una giungla rigogliosa che non chiede permesso per esistere. È questo calore che viene colpito: perché dimostra la fallacia della naturalizzazione, ovvero che un’altra forma di città è possibile, concreta, quotidiana, irriducibile.
Lo scenario che questo governo sta costruendo si fonda sulla creazione di un nemico interno, sulla normalizzazione di pratiche fasciste e repressive e sulla criminalizzazione dell’antifascismo. Lo sgombero di Askatasuna va esattamente in questa direzione: cancellare spazi di espressione e di alternativa, imponendo un modello di società e di città che non ci appartiene. Una logica che risuona anche altrove: nell’ICE statunitense — l’apparato che detiene migranti, separa famiglie, congela esistenze intere — vediamo il punto più freddo della stessa razionalità che considera alcune vite sacrificabili, alcuni movimenti illegittimi, alcune presenze da neutralizzare. È lo stesso gelo, solo più estremo.
La nostra resistenza nasce da altri immaginari e da altre lotte: dalla resistenza del popolo curdo, dall’autorganizzazione delle donne del Nord-Est della Siria, fino ai movimenti per la Palestina che hanno riempito le strade. Da qui continueremo a costruire e difendere città libere, solidali e antifasciste.
Da una parte il deserto: frontiere, detenzioni, città ridotte a corridoi sorvegliati. Dall’altra il calore: assemblee, relazioni, spazi che resistono come foreste in espansione. È questo il conflitto reale: non tra ordine e disordine, ma tra sterilità e vita.
La manifestazione in difesa di Askatasuna è un rialzarsi collettivo che non chiede il permesso di esistere. È un movimento che rompe la crosta del presente e lascia intravedere ciò che ancora può germogliare. È un atto di volontà contro il gelo: non un gesto simbolico, ma una dichiarazione di esistenza. Dire che non accettiamo un Paese che guarda ai modelli più disumani di gestione delle migrazioni mentre chiude i luoghi dove la solidarietà è pratica quotidiana. Dire che la sicurezza non è gelo, ma diritti; non è controllo, ma possibilità; non è paura, ma futuro condiviso.
Come Vag61 saremo in piazza perché ciò che oggi difendiamo non è solo uno spazio: è la temperatura stessa della nostra vita comune. Difendere Askatasuna significa difendere la dignità di chi resiste, la memoria di chi ha costruito, la promessa di una città che, nonostante tutto, continua a fiorire nel buio.
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Vi aspettiamo venerdì 30 gennaio per la proiezione di “𝐼𝑙 𝐺𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝐺𝑖𝑜𝑐𝑜. 𝑀𝑖𝑙𝑎𝑛𝑜-𝐶𝑜𝑟𝑡𝑖𝑛𝑎: 𝑖𝑙 𝑟𝑜𝑣𝑒𝑠𝑐𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑎𝑔𝑙𝑖𝑒”, documentario critico sulle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, a cura del Comitato Insostenibili Olimpiadi e del laboratorio 𝗢𝗳𝗳 𝗧𝗼𝗽𝗶𝗰.
h.19:00 – Tavola Rotonda
A seguire cena sociale
h. 21:00 – Proiezione de Il grande gioco
Il documentario vuole fare luce sul saccheggio economico, sociale e ambientale che le Olimpiadi Milano Cortina 2026 portano su città, valli e montagne. Infatti, mentre realtà locali e nazionali si battono contro la gigantesca macchina retorica di Milano-Cortina 2026, questo evento viene sponsorizzato come “il più sostenibile” e “il più trasparente”, nonostante i danni ambientali e la chiara opacità degli appalti, denunciati ormai da decine di inchieste.
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MARTEDI’ 20 GENNAIO ‘026 h.18:30 Piazza del Nettuno
Nel tempo in cui le ombre tornano a rivendicare il diritto di governare il mondo, nel tempo in cui dottrine di odio si rivestono nuovamente di sacralità e disciplina, la Rivoluzione del Rojava si trova oggi al centro di un assedio che va ben oltre i suoi confini geografici.
Nelle ultime ore, le forze governative e le milizie jihadiste hanno intensificato gli attacchi contro l’amministrazione democratica del Nord-Est della Siria. Non si tratta soltanto di avanzate armate, ma di un tentativo sistematico di spezzare un’esperienza politica che, con ostinazione rara, ha dimostrato che la convivenza tra popoli è possibile, che l’autogoverno non è utopia, che la libertà delle donne può diventare architettura istituzionale.
Questo attacco non nasce nel vuoto. Esso si iscrive nella rinascita globale di un oscurantismo teocratico e autoritario che, con nomi diversi e simboli rinnovati, ripropone ovunque la stessa logica: disciplina assoluta, identità imposta, annientamento del dissenso, eliminazione di ogni forma di immaginario di una società alternativa.
Un nuovo nazismo spirituale e militare, che non ha più bisogno di uniformi, ma di dogmi, che non costruisce campi soltanto con filo spinato, ma con paura e obbedienza.
Contro questa marea regressiva, il Rojava rappresenta un’anomalia luminosa. Il Rojava rappresenta una forza di opposizione reale ai governi e all’autoritarismo, Rappresenta una messa in discussione dell’idea centralizzata di governo, mettendo in pratica una società fondata sui valori della vita associata e dell’autogoverno.
Qui si è scelto di opporre alla teocrazia la laicità radicale delle assemblee, al culto del capo la rotazione del mandato, alla gerarchia sacralizzata la parità sostanziale, alla guerra permanente la difficile arte del convivere tra diverse religioni e diverse etnie Il municipalismo democratico del Rojava non è un dettaglio locale.
È una smentita vivente all’idea che il mondo sia condannato a oscillare tra imperi e fanatismi.
È la prova concreta che una politica senza tiranni può esistere, che una società fondata sull’autonomia, sull’ecologia, sulla liberazione femminile non è un’eccezione folklorica, ma una possibilità storica.
Difendere il Rojava e il confederalismo democratico oggi significa difendere l’ultimo baluardo contro la normalizzazione dell’oscurità,significa difendere e supportare un tipo di cambiamento che ci porta ad immaginare che una società diversa è possibile.
Significa affermare che la storia non deve necessariamente tornare indietro, che l’umanità non è obbligata a rassegnarsi alla restaurazione dell’odio sacralizzato.
Noi dichiariamo, con fermezza che non ammette ambiguità: la Rivoluzione del Rojava è una linea di frattura tra due epoche.
Se essa verrà spezzata, non cadrà soltanto una regione, ma una delle più alte esperienze politiche del nostro tempo, un attacco diretto alla rivoluzione delle donne e alla lotta per una società democratica.
Alla Rivoluzione del Rojava, oggi sotto attacco, va la nostra solidarietà integrale: qui non si difende soltanto una terra, qui si difende la possibilità stessa che la libertà sopravviva nell’epoca del ritorno dei dogmi, nell’epoca del nuovo autoritarismo globale.
E noi resteremo, senza esitazione, dalla parte della società democratica senza autoritarismi e che resiste senza odio.
Per lottare contro i suprematismi, logiche coloniali e ogni forma di patriarcato è necessario supportare la rivoluzione curda.
Viva la rivoluzione del popolo! Difendiamo la rivoluzione del Rojava!
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Presentazione del libro: Controdizionario del confine Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale Equipaggio della Tanimar
con l3 autor3: Enrico Fravega (Università di Genova), Jacopo Anderlini, Luca Giliberti, Vincenza Pellegrino (Università di Parma)
@ Vag61
Venerdì 23 gennaio, ore 18:30
Navigando in mare aperto bisogna avere con sé strumenti per non andare alla deriva. Nell’oceano delle migrazioni contemporanee, solcato da fratture di classe, genere e provenienza che come linee su una mappa delimitano chi può spostarsi comodamente e chi rischia la vita per sfidare frontiere militarizzate, anche le parole sono una scialuppa di salvataggio. L’Europa ha chiuso i propri confini meridionali rendendo il Mediterraneo un posto di frontiera, appaltandone il controllo a polizie nazionali e transnazionali o delegando colonialmente questa violenza strutturale ai governi autoritari di alcuni paesi di transito. Le persone la cui libertà di movimento è stata limitata hanno elaborato – ibridando lingue e risignificando termini esistenti – un linguaggio non neutro, opposto alle retoriche occidentali criminalizzanti, che restituisce il loro punto di vista e il modo in cui il viaggio è vissuto e raccontato. Parole con cui chiamare alleati, luoghi e mezzi ma anche scovare nemici, pericoli e contraddizioni, descrivere forme di solidarietà e atti di violenza. Strumenti per conoscersi e riconoscersi tentando di rompere il confine. Il Controdizionario che le raccoglie è una bussola imprescindibile per chiunque voglia orientarsi nel mare delle migrazioni, intersecare le rotte e navigare insieme.
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CONTRO LA REPRESSIONE DELLE ANTIFASCISTE E DEGLI ANTIFASCISTI PER I FATTI DI BUDAPEST 2023, PER LA DIGNITÀ CHE NON SI PIEGA, PER LA NOSTRA RABBIA ANTIFASCISTA
Ci sono nomi che non chiedono di diventare simboli, ma vengono trascinati oltre il loro corpo, fino a diventare linee di frontiera.
Maja è uno di questi nomi: un nome che lo Stato di estrema destra ungherese prova a trasformare in monito, mentre per noi resta un varco, una domanda aperta sulla libertà.
In vista della giornata internazionale di mobilitazione europea del 15 gennaio a lei dedicata, ad una settimana prima della sentenza prevista per lei e per Gabri del 22 gennaio, VAG61 esprime solidarietà a Maja, antifascista detenutə ed estradatə illegalmente in carcere in Ungheria in cui si trova da più di 500 giorni in regime di isolamento, rischiando di scontare 24 anni in queste condizioni disumane.
Maja si trova in carcere senza alcuna prova reale a suo carico, ci son solo supposizioni e nessuna prova concreta, nessun testimone che l’abbia riconosciuta per i fatti di cui è imputatə. È evidente che per il governo ungherese la colpa di Maja è di essere antifascist3 e non-binary. Maja è colpita per il suo impegno politico.
La sua vicenda non è un caso isolato, insieme a Maja altr3 antifascist3 sono imputat3 per gli stessi fatti.
A fine gennaio il Tribunale di Parigi si pronuncerà sulla richiesta di estradizione per Gino e Zaid, a Dusseldorf in Germania inizia il processo per altr3 imputat3 attualmente in carcere in Germania. La vicenda di Maja e di tutt3 l3 antifascist3 imputat3,è un filo che attraversa l’Europa e ne mostra le cuciture più dure.
Racconta di cooperazioni giudiziarie che diventano catene, di confini che si chiudono come porte sbattute, di tribunali che si prestano a fare da cinghia di trasmissione a un potere che teme chi non accetta di essere spettatore.
Il modello ungherese è un modello che tutte le destre europee stanno emulando e riproducendo, compreso il nostro paese.Viviamo un tempo in cui il fascismo non si nasconde più: si normalizza, si traveste da ordine, si infiltra nelle parole comuni.
E mentre avanza, l’antifascismo viene isolato, ridotto a problema, a devianza, a colpa.
Ma l’antifascismo non è un reato:
è memoria che non si lascia archiviare, è pratica quotidiana di dignità, è la scelta ostinata di non voltarsi dall’altra parte.
Colpire Maja significa tentare di spezzare legami, di trasformare la solidarietà in sospetto, il coraggio di smascherare i nuovi fascismi in minaccia di ordine pubblico. È un tentativo di riscrivere il senso stesso della giustizia, di farci credere che la libertà sia un privilegio e non un diritto da difendere insieme.
Non ci riusciranno.
Nella giornata internazionale di solidarietà, ci uniamo alle voci che, da città diverse e da storie diverse, affermano ciò che nessuna repressione può cancellare: che le idee non si processano, che le sbarre non fermano la dignità, che la distanza non spezza le relazioni quando queste nascono dalla lotta e dalla cura reciproca.
Siamo parte di questa storia, e continueremo a esserlo. Perché la parte giusta non è un luogo: è un gesto, una scelta, un cammino condiviso.
Libertà per Maja, chiediamo il suo ritorno in Germania e la liberazione di tutt3 l3 antifascist3 perseguitat3 da Orban.
FREE MAJA! FREE ALL ANTIFA!
Nessun processo, nessuna estradizione, l’antifascismo non è reato. Antifascismo sempre.
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Presentazione della nuova rivista R/EST, dedicata al mondo dei Balcani, edita da Tamu Edizioni, con racconti, reportage e immagini. Ne discuteremo partendo da una riflessione su come viene oggi raccontata una parte di mondo, tra stereotipi e luoghi comuni, per testimoniare un immaginario complesso e ricco, in un dialogo tra chi se ne occupa da sempre e le voci, ora in prima persona, che non sono mai raccontate (o tradotte).
Programma:
ore 18:30 – apertura
dalle 19.00 – presentazione del progetto e talk con: Christian Elia, giornalista e scrittore, direttore della rivista R/EST; Francesca Rolandi, storica e ricercatrice; Barbara Ivancic, traduttrice e docente universitaria; Nicola Zambelli, regista del collettivo SMK Factory
ore 20.30 – cena sociale
a seguire – djSet con Balkan Express, original bratebeat – jugo new wave from BO
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COS’è R/EST
R/EST è una nuova rivista semestrale che a partire da settembre 2026 offrirà un’inchiesta sociale permanente, contaminata e partecipata, per sguardi e linguaggi nell’area sud-est europea. Un viaggio, in otto numeri, ciascuno dedicato a un macro tema, con rubriche fisse trasversali, per esplorare l’area oltre Adriatico, dalla Slovenia alla Turchia, passando per ex Jugoslavia, Albania, Romania, Bulgaria e Grecia. Un’indagine narrativa sull’area partendo proprio da questa domanda: esistono i Balcani? Come li raccontiamo? Come si raccontano? Quanto, e quando, un prossimo geografico diventa un altrove narrativo?
Per rispondere a queste domande abbiamo attinto a un universo complesso, che frequentiamo da anni, fatto di relazioni personali e professionali con persone che hanno studiato e abitato quei territori. Con loro condividiamo la volontà di raccontare quei luoghi superando stereotipi e orientalismi coloniali.
Per queste ragioni vogliamo offrire uno sguardo differente sulla regione del sud-est Europa e farlo con tutte quelle persone che abbiamo incontrato in questi decenni. Perché crediamo in un racconto competente e partecipato.
Non sarà uno sgombero a fermare le lotte dal basso, non sarà un sequestro a cancellare quasi trent’anni di storia, non un sindaco di centro sinistra a decidere cos’è un bene comune.
La militarizzazione e la repressione delle nostre città e dei nostri quartieri rendono solo più evidente che la vera violenza è quella istituzionale che ci vuole privare di spazi in cui si costruiscono pratiche di libertà e resistenza, perché Askatasuna non è solo quatto mura, ma una comunità solidale.
Invitiamo tutt3 a sostenere la lotta dell’Akatasuna!
Lunga vita all’Askatasuna!
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Il 12 dicembre 1969, con le bombe a Piazza Fontana a Milano si innescò una “strategia della tensione” pensata ed usata come forma di governo dei conflitti sociali. Una vera e propria guerra praticata dallo Stato contro le istanze dei movimenti, attuata attraverso l’utilizzo dello stragismo fascista da parte degli apparati statali. A partire da quei giorni il modello repressivo statale si è sempre “adattato” al livello di scontro sollevato dalle lotte e dai conflitti. Per sconfiggere i movimenti le tecniche repressive si sono sempre più affinate: una lunga catena di provvedimenti che parte con legge Reale del 1975 e che arriva al Decreto Sicurezza del governo Meloni. A tanti anni di distanza da quel 12 dicembre 1969 abbiamo oggi la certezza, o forse solo la conferma, che esiste un filo fra lo Stato armato e terrorista e la repressione delle lotte e del conflitto sociale.
Programma
h 19 – Incontro pubblico fra Centro di documentazione F. Lorusso-C. Giuliani Mirco Dondi (Docente di Storia Contemporanea) e Antonio Senta (Docente di storia contemporanea)
h. 21 – Cena di autofinanziamento dell’Associazione di Mutuo Soccorso
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Lavoro e salute mentale vengono spesso trattati come se fossero due questioni separate. Il lavoro è quel dovere precario e sottopagato che ci perseguita ogni giorno; la salute mentale, invece, è una faccenda privata, una sorta di condizione individuale che ciascuno dovrebbe gestire per conto proprio. Questa separazione è talmente radicata che la soluzione proposta più di frequente consiste nell’aggiungere in ciascuna azienda un angolo di wellness, affidando a uno specialista la responsabilità di risolvere il problema mentre tutto il resto rimane invariato. Per anni le condizioni materiali del lavoro sono rimaste fuori dal dibattito pubblico. Si è analizzato tutto: profitti, volumi, margini, valore aggiunto, quote di mercato. Tutto, tranne ciò che viviamo ogni giorno: ritmi, rischi, controllo, precarietà, nero, vessazioni, ricatti.
Ma davvero possiamo parlare seriamente di salute mentale ignorando tutto questo? Che tipo di salute può esistere senza interrogarsi sul contesto in cui si svolge la maggior parte della nostra vita attiva?
L’assemblea dell’11 dicembre nasce come momento collettivo per discutere di tutto questo. Dall’incontro recente che abbiamo fatto su questi temi sono emersi due bisogni intrecciati. Da un lato, la necessità di condividere le proprie condizioni materiali, relazionali ed emotive di lavoro. Dall’altro, il desiderio di indagare le cause profonde di un malessere diffuso: il modo in cui l’organizzazione del lavoro incide sulle nostre esistenze. Abbiamo quindi immaginato questo incontro come un momento in cui tuttə possano raccontare la propria esperienza e avviare un percorso di inchiesta collettiva dei luoghi di lavoro, con l’obiettivo di far emergere le problematiche che moltə affrontano in solitudine e trasformarle in oggetto di conoscenza collettiva. Ci piacerebbe che questa assemblea fosse l’inizio di un percorso di condivisione e con-ricerca per documentare i modi diversi in cui il lavoro influisce sulla nostra salute. Un primo passo per trasformare ciò che logora in uno spazio di parola, cura e organizzazione.
Ci vediamo giovedì 11 dicembre ore 18,30 a Vag 61
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Bologna Calibro 7 Pollici il 13 Dicembre ritorna al @vag61 di via Paolo Fabbri 110!
Noi siamo emozionatissimi e non vediamo l’ora di farvi ballare il meglio del reggae, soul, r&b, latin, garage, gospel, funk, ska e rocksteady su vinile 45 giri e LP.
Vi aspettiamo in pista dalle 22:00 con scarpette luccicanti e sorrisi stampati in faccia Bologna Calibro 7 Pollici resident dj’s: Michele, Federico e Salvo. ****************************************************************** LOCATION VAG61 Via Paolo Fabbri 110, Bologna ****************************************************************** INGRESSO UP TO YOU! PLEASE COME EARLY!
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Come si collegano le lotte contro l’estrattivismo e quelle in difesa del lavoro e dei diritti sociali? Come costruiamo alternative capaci di realizzarsi sulla scala locale e incidere su quella globale? Ne parleremo martedì 2 dicembre a VAG61, durante una serata che ospiterà una delle anteprime italiane del documentario The Cost of Growth, e un momento di confronto a più voci verso il 2026.
18:00 | Bologna, convergenze ed ecologie: sguardi collettivi sul 2026
tavola rotonda con Collettivo di Fabbrica ex GKN, VAG61, PLAT – Piattaforma di Intervento Sociale, Laboratorio Smaschieramenti, Campi Aperti, Fornelli Ribelli, Sumud UNIBO, Cassero e Bologna for Climate Justice.
A uno sguardo distratto, non sembrerebbe. Invece, il 2025 bolognese è stato un anno di convergenze. Dal Climate Pride al Rivolta Pride, passando attraverso il 25 aprile e nelle strade cariche di rabbia per il genocidio di Gaza, fino alle mobilitazioni studentesche e delle ricercatrici, alle lotte per la casa, e alla partecipazione a Firenze al corteo promosso dal Collettivo di Fabbrica ex GKN, si è delineato un ecosistema complesso, plurale e geometricamente variabile, che ci ha visto spesso nelle stesse piazze, nelle stesse assemblee, alle stesse tavole. Non è stato – ci sembra – il semplice ‘nessuna si salva da sola’, ma piuttosto la voglia, il bisogno, la necessità di costruire risposte nuove alle domande che ci poniamo da sempre. Come stare nella nostra città e vivere le sfide della ‘Palestina globale’? Come connettere cose che a parole ci sembrano naturalmente legate – la sfida climatica, i diritti, il reddito, il lavoro, la casa, la salute, lo sport popolare, i saperi, … – e che, invece, nelle pratiche di tutti i giorni faticano a costruire terreni di lotta comuni? Non possiamo dire che tutto abbia funzionato come avremmo voluto. Ma vogliamo dirci che quello sforzo collettivo e complessivo, quel provare a sperimentare le convergenze, resta – secondo noi – lo spazio di senso politico nel quale immaginare il nostro agire a Bologna.
Le piazze autunnali per la Palestina sono state inattese, straripanti, belle, determinate; ci hanno mostrato alcune cose che in queste settimane in tante hanno cercato di leggere, analizzare, comprendere. Nel nostro piccolo, abbiamo vissuto l’accogliente sensazione di essere travolte, trascinate, spinte avanti. Proprio perché inattese e cortocircuitanti, a noi è sembrato che queste piazze ci dicessero che abbiamo un estremo bisogno di continuare ad avere la voglia – e la pazienza – di fare e sbagliare diversamente, alla ricerca dell’alchimia instabile che faccia nascere nuove ecologie sociali.
È con queste lenti – quali ecologie per continuare ad ambire al Pianeta che vogliamo – che proponiamo questa tavola rotonda pubblica. Un momento di confronto che possa raccogliere alcune delle lezioni dei mesi passati, e condividere le ambizioni per i prossimi. Cosa faremo nei prossimi mesi? Come possiamo immaginare ecologie capaci di moltiplicare le nostre riflessioni e rafforzare le nostre azioni? Cosa ha senso fare insieme?
La tavola rotonda si aprirà con i contributi di Collettivo di Fabbrica ex GKN, VAG61, PLAT – Piattaforma di Intervento Sociale, Laboratorio Smaschieramenti, Campi Aperti, Fornelli Ribelli, Sumud UNIBO, Cassero e Bologna for Climate Justice.
dalle 19:00 alle 20:30 | Cena benefit a supporto dell’azionariato popolare del Collettivo di Fabbirca ex GKN
The Cost of growth è un documentario scritto da Anuna De Wever e Lena Hartog, con la regia di Thomas Maddens.
Per chi stiamo facendo crescere questa economia? E quali sono i costi per l’umanità? Cosa c’è alla base delle sconvolgimenti socio-ambientali che stiamo vivendo? Questi alcuni degli interrogativi alla base del documentario. The Cost of Growth collega le lotte locali contro le pratiche estrattive in Serbia, in Italia e nella regione del Sapmi in Norvegia, a dibattiti più ampi su giustizia, democrazia e guerra. Mostra come la società civile in tutta Europa non solo rifiuti le false soluzioni messe in campo dalle istituzioni, ma stia anche costruendo alternative – dall’organizzazione di movimenti dal basso a nuove forme di cooperazione e solidarietà, alla diffusione di nuove pratiche socio-economiche.
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