Ricordare Orso non è un esercizio di nostalgia

MARTEDì 18 MARZO’026

Ricordare Orso non è un esercizio di nostalgia.
È un atto di presenza nel tempo che abitiamo, un tempo in cui la guerra torna linguaggio quotidiano, le frontiere si irrigidiscono, le democrazie si fanno armate e la paura diventa strumento di governo.

In questo mondo che scivola verso l’autoritarismo globale, la scelta di Orso continua a parlarci: non come mito, ma come pratica.
La sua partenza per il Rojava è stata la risposta concreta a una domanda che ci riguarda tuttə: come si difende la libertà quando la libertà viene compressa ovunque.

Oggi, mentre i conflitti si moltiplicano e le potenze giocano a ridisegnare il pianeta, i movimenti libertari e la sinistra extraparlamentare restano uno dei pochi spazi che rifiutano la logica del “non c’è alternativa”.
Siamo ancora qui a costruire comunità, a intrecciare solidarietà, a immaginare mondi che non si piegano alla violenza dei confini e dei mercati.

Per questo Orso è memoria viva.
Perché ci ricorda che la dignità non è un concetto, ma un gesto.
Che l’internazionalismo non è passato, ma necessità.
Che la libertà si difende solo se la si pratica insieme.

Lo ricordiamo così:
con la cura ostinata degli spazi che abitiamo,
con la rabbia lucida di chi non accetta l’ingiustizia come destino,
con la tenacia di chi continua a credere che un’altra storia sia possibile.

Orso vive nelle lotte che non arretrano.
Nelle comunità che resistono.
Nelle strade che ancora attraversiamo insieme.

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