NO ai CPR, l’emergenza è il governo Meloni

SABATO 14 MARZO’026 – Manifestazione regionale – Piazza XX settembre, Bologna

Manifestazione NO CPR, ottobre 2023

NO ai CPR, l’emergenza è il governo Meloni
Sabato 14 marzo alle ore 15,30, manifestazione con partenza in Piazza XX Settembre

Parteciperemo alla manifestazione regionale del 14 marzo perché siamo contrari alla riapertura di un CPR nella nostra città e nella nostra regione e ci batteremo con tutte le forze, come abbiamo fatto fino alla chiusura del CPT/CIE di via Mattei nel 2013.

Il ministro dell’Interno Piantedosi, stuzzicato dalla disponibilità a discutere del presidente della regione De Pascale, è ritornato alla carica per riaprire un centro di detenzione per migranti a Bologna. Nel frattempo l’ex sindaco di Firenze, oggi parlamentare europeo del PD, ha dichiarato che i CPR non servono, mentre i CPT, voluti dalla Legge Turco-Napolitano, erano utili. E si è rifatto vivo perfino Minniti (quello degli accordi per i lager in Libia) per dire che sono necessari.

Insomma, il governo Meloni, facendo un parallelo strumentale tra immigrazione e pericolosità sociale, punta sui Centri per il Rimpatrio come uno dei tasselli fondamentali per i vari decreti Sicurezza che ha emanato. Ma pure alcune forze politiche del cosiddetto “campo largo” non ripudiano la “detenzione amministrativa” per i e le migranti che leggi dello Stato (come la Bossi-Fini) hanno trasformato in “soggetti illegali”, costringendoli/e a una condizione di irregolarità organicamente prodotta dallo stesso sistema di governo delle migrazioni.

Nel corso degli anni hanno cambiato nomi, ma dietro a quei maledetti acronimi che sono stati, di volta in volta, affibbiati ai centri di detenzione per migranti, lo Stato ha attivato delle vere e proprie “zone di eccezione” dove si sono sperimentate la sospensione “temporanea” dei diritti e l’estensione dell’arbitrio, e si sono collaudate tecniche di controllo e di disciplinamento da espandere poi al resto della società.
È sempre così: quando si accetta che alcuni vivano in uno spazio dove i diritti valgono meno, si finisce per accettare che i diritti valgano meno per tutti.

Nello scenario prodotto dall’ultimo decreto Sicurezza varato dal governo fascio-leghista, i CPR diventano, come e più di prima, luoghi dove si effettua la “detenzione senza reato” e dove si esercita un potere sempre più brutale e sempre meno disposto a riconoscere limiti al proprio esercizio. Inoltre, nel nuovo decreto, colpisce molto, accanto al termine “detenuti”, l’uso della parola “internati” (un vocabolo utilizzato per le misure di sicurezza e la pericolosità sociale). In questo modo si sta dando vita a un impianto normativo che, per le persone migranti, rafforza il legame tra carcere, identificazione ed espulsione, contribuendo a spostare la gestione della presenza straniera solo dentro una cornice securitaria.

Meloni e Piantedosi sono appieno consapevoli che il rimpatrio o l’espulsione sono e rimarranno a lungo una percentuale assai ridotta rispetto ai flussi migratori. Il celebre annuncio della presidente Giorgia Meloni (intervento repressivo sull’orbe terracqueo) rimane una trovata di rozza propaganda elettorale, senza alcun legame con quello che avviene quotidianamente nel gran mare del fenomeno migratorio. Ma questo “nervo scoperto” viene nascosto dall’esercizio di un potere punitivo, sganciato da limiti e vincoli, in nome di un ordine sociale che prevede una diversa violabilità della libertà personale per donne e uomini migranti.

Vorremmo che fosse chiaro: la vera emergenza odierna, che produce povertà e disagio sociale, è rappresentata dal progressivo deterioramento dello stato di tutela dei diritti fondamentali delle persone migranti. E vorremmo che ci si rendesse conto che tutto questo rappresenta il preambolo di politiche repressive e di controllo tese a colpire le diverse forme di dissenso e di opposizione presenti nel paese.
La storia insegna sempre la stessa cosa: quando si accetta che qualcuno valga meno, si apre la strada perché chiunque possa valere meno.

E in tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo e con la situazione da Stato di polizia che si sta determinando, tutto questo si può solo inasprire.

Per questo condanniamo anche l’ambiguità di chi, come il presidente della Regione Emilia-Romagna, rincorrendo la destra sui temi della sicurezza, si è dichiarato disponibile a discutere sulla possibilità di riaprire nei nostri territori un centro di detenzione per migranti.

A Bologna, dal 2000 al 2013, ci fu una opposizione prolungata che portò alla chiusura dell’allora CIE/CPT. I movimenti e diverse organizzazioni sociali si ribellarono, con una pluralità di forme e di pratiche di lotta; si arrivò fino allo smontaggio del lager di via Mattei.

È un pezzo di storia collettiva su cui non si può tornare indietro.
E ogni volta che si prova a cancellare la memoria delle lotte, si tenta anche di cancellare la possibilità stessa di resistere.

Lo diciamo senza indugi: ci batteremo ostinatamente per impedire che a Bologna, in Emilia Romagna e altrove venga aperto un nuovo lager etnico.

Per questo scenderemo in piazza sabato 14 marzo insieme ad altre realtà della nostra regione, sperando di essere in tante e tanti.

Le compagne e i compagni di Vag 61

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