Ribelli senza tempo: dal ’77 all’inchiesta 7 aprile fino a oggi

VENERDI’ 7 APRILE’017 alle 18

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Il Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani”, Vag61, Smk Videofactory e Libreria Calusca (Milano) presentano:

“Ribelli senza tempo: dal movimento del ’77 all’inchiesta 7 aprile 1979, fino ai giorni nostri” con Franco Piperno, Franco Berardi Bifo, Oreste Scalzone e e Tano D’Amico

– ore 18: presentazione collettiva (con accompagnamento musicale a cura di David Sarnelli ) dei libri:

> “La rivoluzione è finita, abbiamo vinto. Storia della rivista A/traverso” (di Luca Chiurchiù, Edizioni DeriveApprodi)

> “Metropoli. L’autonomia possibile” (Edizioni Pgreco)

> “’77, e poi…” (di Oreste Scalzone, Edizioni Mimesis)

– ore 20,15: sospensione per la cena sociale-territoriale

– ore 21,15: si riprende con la discussione

– ore 23: jam session con musicisti a sorpresa

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L’inchiesta “7 aprile”

Il 7 Aprile 1979 reparti della Digos, dei Carabinieri e della Polizia, su mandato dei magistrati padovani Calogero e Fais, effettuano decine di arresti, in diverse città italiane, coinvolgendo gli esponenti più noti dell’Area dell’Autonomia Operaia ed ex militanti di Potere Operaio. Stampa e tv danno notizia della maxi-retata che da poche ore ha portato in galera il presunto vertice delle Brigate Rosse.

Gli arresti, avvenuti su tutto il territorio nazionale, sono stati ordinati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero. Quasi tutti gli accusati sono intellettuali: docenti universitari, scrittori, giornalisti e leaders dei diversi movimenti post-’68. Tra i più noti vi sono: Antonio “Toni” Negri, Nanni Balestrini Franco Piperno Oreste Scalzone, Luciano Ferrari Bravo, Guido Bianchini, Secondo gli inquirenti, Potere Operaio non si sarebbe sciolto, piuttosto sarebbe divenuto un’organizzazione clandestina, una vera e propria “cupola” della sovversione.

Molti furono incarcerati, altri costretti all’esilio, uno (Pietro Maria Greco “Pedro”) perse la vita, ucciso dalle forze dell’ordine mentre era armato di un semplice ombrello.

L’impianto dell’inchiesta poi crollò; venne dimostrato come Negri, Piperno, Scalzone e gli altri del 7 aprile, con le Brigate Rosse, non avessero nulla a che spartire, e nonostante le accuse si rilevarono infondate molti imputati restarono in carcere fino al 1985. Il teorema Calogero è rimasta la più impressionante montatura mediatico-giudiziaria dell’Italia repubblicana

A quasi quarant’anni da quel giorno, venerdì 7 aprile 2017 il Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” organizza un’iniziativa con alcuni dei protagonisti e dei testimoni, loro malgrado, di quella vicenda: Franco Piperno, Oreste Scalzone e Franco Berardi Bifo.

La discussione si terrà a partire alle ore 18 presso Vag 61. L’iniziativa è rivolta soprattutto ai ragazzi e alle ragazze che allora non erano ancora nati e che avranno l’occasione di ascoltare una pagina di storia raccontata dalla voce viva di chi l’ha vissuta sulla sua pelle.

Nell’archivio del Centro di documentazione il “Fondo 7 aprile” è una delle parti più importanti. Si tratta di più di cento faldoni contenenti copie del materiale giudiziario (interrogatori, indagini, atti processuali, documenti sequestrati), sottoposti in questi anni a una meticolosa catalogazione, per renderli disponibili alla catalogazione.

All’inizio della serata sarà ricordato il compagno Egidio Monferdin, scomparso qualche anno fa, molto conosciuto a Bologna, che fu incarcerato durante l’inchiesta “7 aprile”.

“Metropoli. L’autonomia possibile”

Si tratta di un bellissimo reprint, in due volumi , dei numeri della rivista Metropoli. Nella redazione del giornale figuravano alcuni dei pensatori “operaisti” più significativi tra cui Franco Piperno, Oreste Scalzone, Paolo Virno, Lucio Castellano, Franco Berardi “Bifo”, Lauso Zagato, ma “Mteropoli” non fu una rivista degli anni ’70, anzi da quel decennio puntò a prendere consapevolmente commiato, per attrezzarsi e affrontare una fase che sarebbe stata radicalmente diversa.

Queste pagine rappresentano una testimonianza storica affascinante della breve fase in cui si delineava una rivoluzione produttiva e sociale in procinto di sconvolgere tutti gli assetti precedenti, incluso quello sovversivo, lasciando però ancora aperta l’opzione di una sua possibile evoluzione verso la liberazione dal lavoro invece che in direzione di un rinsaldamento del dominio reso possibile proprio dalla minore necessità del lavoro.

“Metropoli” non fu una rivista degli anni ’70, se non per la composizione della redazione nella quale figuravano alcuni dei principali dirigenti operaisti del decennio rosso, come Bifo, Lucio Castellano, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Paolo Virno, Lauso Zagato. Era invece un giornale che da quel decennio mirò a prendere consapevolmente commiato per attrezzarsi e affrontare una fase che si intravvedeva radicalmente diversa.

La frattura col passato fu evidente a partire dalla scelta dei linguaggi e dall’avvio di una nuova inchiesta sociale. Queste opzioni sarebbero state anche più marcate se la rivista avesse potuto uscire sempre, e non solo nel suo primo numero, per come era stata pensata. L’obiettivo fu reso molto più arduo dall’arresto di quasi tutta la redazione. Metropoli mantenne sempre anche un’attenzione giornalistica e non solo riflessiva forte sull’universo delle periferie urbane e sugli scenari internazionali.

Fu senza dubbio una rivista di battaglia politica, ma gli interventi che ospitò non avevano il raggio corto del “dibattito” tra movimento e organizzazioni armate. C’era anche questo, del resto non poteva essere diversamente nell’Italia del 1979.

Nel primo numero di Metropoli il sottotitolo “l’autonomia possibile” venne spiegato molto bene nell’editoriale: “Questo giornale è redatto a vario titolo da un collettivo di compagni che, nel suo insieme, ha attraversato il ’68, l’autunno caldo delle lotte di fabbrica; poi ancora l’esperienza breve e felice di Potere operaio, l’area dell’autonomia e dintorni; successivamente il movimento del ’77 ed in particolare la sua ala beffarda e creativa”.

Pochi giorni dopo l’uscita del primo numero, la rivista fu sequestrata. Nei confronti di alcuni dei suoi redattori era stato spiccato un mandato di cattura nell’ambito della cosiddetta “Inchiesta 7 aprile”, costruita sul traballante teorema del sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero.

“77, e po…”

Chi ha letto”77, e poi”, il libro recentemente uscito di Oreste Scalzone, dice che è una delle riflessioni sul movimento del Settantasette più interessanti che siano uscite. Probabilmente dipende dalla storia umana e politica dell’autore, ma anche perché a Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa. Oreste si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalle fila stantie dei “protagonisti di un tempo” o dei tromboni della commemorazione.

Bella la recensione che “Carmilla” ha fatto del libro: “La biografia dell’autore è il filo d’Arianna che attraversa un’intera stagione della nostra storia. Scalzone compie giovanissimo il viaggio che fu di molti, dalla sinistra tradizionale verso nuovi sconosciuti approdi: dalla FGCI ternana a Valle Giulia lo spazio geografico è poco ma il salto è epocale e generazionale. Il suo imprinting “ortodosso” non lascia molto spazio alle suggestioni dell’epoca: poco Foucault, poco Lacan, poco Reich, molta attenzione alla scoperta del comunismo critico, del consiliarismo tedesco e olandese, di tutti i marxismi eretici, così minoritari nella togliattiana provincia italiana – fino all’incontro decisivo con lo straordinario laboratorio operaista, nel pieno del suo fulgore teorico.

Il racconto rimbalza da una tappa all’altra di quella lunga stagione che comincia nel ’68 e culmina nel sequestro Moro. In un processo di accumulo di conflittualità che dura quasi un decennio, il Movimento non è rappresentabile in termini di esplosione quanto di necessario epilogo. E del resto, da dove far iniziare (convenzionalmente) una cronaca del ’77?

Il ’77 a molti fa ancora paura e contro di esso viene cinicamente “giocato” anche il ’68 in una stucchevole opposizione tra festa creativa e violenza cieca. Infatti, secondo l’autore, è proprio il carattere selvaggio del movimento, non riconducibile agli schemi tradizionali, espressione della potenza di un corpo sociale e di un’intelligenza collettiva che cercano di liberarsi in modo caotico dai ceppi della valorizzazione capitalistica, a renderlo ancora oggi indigeribile a molti”.

Secondo Scalzone “il Settantasette è la prima grande sollevazione sociale interna alla società del capitale mondiale integrato, alla società post-fordista globale e, se si vuole, al dominio reale del capitale. Il Settantasette è il primo movimento di contestazione che ci sia contemporaneo”.

E ancora “Carmilla”: “Oreste Scalzone non è mai stato reticente sulla sua vita e la sua storia. Ha provato a scrivere un libro non per addetti ai lavori: dietro quelle infinite parentesi aperte sulla memoria, brucia la curiosità intellettuale di un giovanissimo settantenne, dallo sguardo mai pacificato. I rivoluzionari non vanno in pensione, si diceva una volta: è per quello che la loro scrittura, a volte, lascia sulla carta parole di verità”.

“La rivoluzione è finita, abbiamo vinto. Storia della rivista A/Traverso”

«Perché rileggere “A/traverso” oggi, a quarant’anni esatti dal Settantasette? Leggere A/traverso è impossibile. Non credo che ci sia qualcuno così pazzo da farlo, né qualcuno che ci riesca». Così Franco Berardi (Bifo), fondatore della rivista.

E’ difficile trovare parole migliori per presentare la storia di un giornale che per sua stessa natura sfugge a qualsiasi rilettura o interpretazione postuma, soprattutto perché non rispetta e anzi rovescia le dinamiche codificate della comunicazione.

La rivista nacque nel 1975, dall’eredità della controcultura e dell’operaismo degli anni Sessanta, ma nel contempo si presentò come il simbolo di uno scarto nel mondo antagonista della sinistra extraparlamentare di allora. Una frattura sghemba, obliqua e anche ambigua, proprio come quella barra che spaccava il titolo a metà e che si insinuava nel mezzo delle cose. Proprio in virtù del loro posizionamento «trasversale» e «trasversalista», i fondatori della rivista riuscirono a immaginare lo scenario che si sarebbe profilato oltre quella stagione di lotte e di conquiste, a presentire il pericolo della mutazione che avrebbe preso il sopravvento con la fine della rivolta. Forse anche per questo motivo «A/traverso» può essere considerata una delle testate principali di quel movimento, oltre ad aver avuto sede a Bologna – luogo dell’assassinio di Francesco Lorusso da parte di uomini in divisa, uno degli episodi più drammatici di quel fatidico anno – nei suoi articoli già si avvertiva la parabola di quelle speranze, tutti i rischi che esse covavano, i presagi del “tempo del dopo”».

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