FREE MAJA – L’antifascismo non è un reato

Il 28 giugno 2024 Maja, antifascista tedescə non binariə, è statə deportatə illegalmente dalla Germania all’Ungheria. Arrestatə a Dresda nel 2023 nell’ambito del processo di Budapest’23, la sua vicenda è diventata uno dei simboli della repressione che colpisce chi si oppone concretamente all’avanzata delle destre radicali nei governi europei. Contro l’isolamento carcerario e le condizioni di detenzione disumane, Maja ha portato avanti nei mesi di giugno e luglio 2025 uno sciopero della fame durato 40 giorni. Una lotta durissima che non è riuscita però a ottenere il suo ritorno in Germania. Nel febbraio 2026, al termine di quello che consideriamo un processo farsa, Maja è statə condannatə a otto anni di carcere. Una sentenza che si inserisce in un quadro repressivo più ampio, nel quale l’antifascismo viene trattato come una minaccia da neutralizzare e non come una pratica necessaria di contrasto alle organizzazioni e alle ideologie fasciste. Ma il processo di Maja non è un “eccesso” del sistema, è il sistema che funziona esattamente come è stato pensato. E questo è il punto che dobbiamo smettere di trattare come un dettaglio: la repressione non è un incidente, è un dispositivo. Un dispositivo che si attiva ogni volta che qualcuno rompe la coreografia prevista per noi: consumare, obbedire, accettare la presenza fascista come “opinione”, la violenza razzista come “problema di ordine pubblico”, la polizia come “garante della sicurezza”. Quando l’antifascismo è reale, quando non è folklore istituzionale, diventa immediatamente un problema da neutralizzare. Non perché sia “radicale”, ma perché è efficace: perché spezza la narrazione tossica che vuole il fascismo come una delle tante identità possibili, e non come un progetto di dominio che si riproduce ogni volta che trova spazio, silenzio, indifferenza. Per questo colpiscono chi si organizza, chi non accetta la presenza fascista nei quartieri, chi non si gira dall’altra parte davanti alla violenza razzista, sessista e poliziesca. Colpiscono chi rompe la pedagogia della paura. Chi non accetta di essere educatə alla passività. Chi non si lascia addomesticare dal ricatto della “legalità” usata come arma contro chi difende la vita reale delle persone. La vicenda di Maja, non è un caso isolato. Altri processi sono in corso nei confronti di antifasciste e antifascisti coinvolti nel processo di Budapest ‘23.  Per questo la nostra attenzione deve restare alta anche sui procedimenti che coinvolgono Gino e Zaid, che rischiano l’estradizione verso Germania e Ungheria. La solidarietà serve esattamente a questo: a non lasciare solə chi subisce la repressione e a costruire una risposta collettiva contro l’isolamento. Non è repressione contro individui, è governance contro possibilità. La repressione non è mai solo punizione: è gestione del possibile. Serve a dire: “questo mondo è già deciso, non provate a cambiarlo”. Serve a trasformare ogni gesto di difesa collettiva in un rischio personale. Serve a isolare chi lotta, così che chi guarda da fuori impari la lezione: non immischiarti. Ma la vicenda di Maja mostra l’esatto contrario: che ogni volta che colpiscono una persona, si apre uno spazio politico che non riescono a controllare. Che la solidarietà non è un riflesso, è una forza. Che l’antifascismo non è un’identità, è un metodo di lettura del mondo. Siamo con Maja e con tuttə le altrə imputatə antifasciste e antifascisti coinvoltə in questi procedimenti perché difendiamo l’immaginario e la possibilità concreta di un futuro non fascista. La domanda è: chi ha interesse a trasformare l’antifascismo in un reato? Chi ha interesse a normalizzare la presenza fascista come parte del paesaggio? Chi ha interesse a farci credere che la violenza razzista sia un problema di convivenza e non un progetto politico? La libertà di Maja è la misura della nostra libertà collettiva. Non perché sia un simbolo, ma perché è un punto di rottura: se passa l’idea che chi si oppone al fascismo è un problema, allora il fascismo non è più un pericolo, ma una componente legittima dell’ordine. Noi rivendichiamo un’altra idea di società. Non siamo qui per chiedere indulgenza. Non siamo qui per “umanizzare” un processo. Siamo qui per dire che la repressione dell’antifascismo è un attacco alla possibilità stessa di vivere in una città aperta, mista, indisciplinata. Siamo qui per chiedere il ritorno immediato di Maja in Germania, per opporci all’estradizione di Gino e Zaid e per non lasciare solə le persone che oggi subiscono la repressione legata al processo di Budapest. Siamo qui per dire che Maja non è sola perché non è isolabile. Perché ogni volta che provano a colpire una persona, trovano una comunità. Perché ogni volta che provano a chiudere uno spazio, ne apriamo altri due.

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