SABATO 31 GENNAIO’26 – CORTEO NAZIONALE @TORINO
Difendere Askatasuna oggi significa guardare senza tremare dentro l’abisso che si è aperto nel presente. Vivere in un Paese dove la precarietà è una condizione di vita generalizzata, dove i salari non ti permettono di vivere, dove il lavoro per tante e tanti si sta trasformando in schiavitù, dove la casa è un miraggio, dove le città si stanno trasformando a misura dei ricchi e il disagio sociale è la condizione quotidiana di moltissime persone: è dentro questo paesaggio che il gelo politico trova terreno fertile. I nuovi ddl sicurezza, le misure preventive, la trasformazione del dissenso in minaccia: tutto concorre a una landa amministrata dove la vita rimane immobile se non vuole essere colpita. È un gelo che non nasce dal clima ma dal potere, che si insinua nelle vene delle città per irrigidire ogni gesto che non sia obbedienza.

Gli spazi sociali – Askatasuna, come tanti altri – sono luoghi attrezzati contro questo gelo. Sono fenditure incandescenti nel cemento, radure che resistono anche quando tutto intorno si fa inverno. Qui la comunità non è un concetto, ma una foresta che cresce nel sottosuolo: radici che si intrecciano, linfe che circolano, rami che si sostengono. Una giungla rigogliosa che non chiede permesso per esistere. È questo calore che viene colpito: perché dimostra la fallacia della naturalizzazione, ovvero che un’altra forma di città è possibile, concreta, quotidiana, irriducibile.
Lo scenario che questo governo sta costruendo si fonda sulla creazione di un nemico interno, sulla normalizzazione di pratiche fasciste e repressive e sulla criminalizzazione dell’antifascismo. Lo sgombero di Askatasuna va esattamente in questa direzione: cancellare spazi di espressione e di alternativa, imponendo un modello di società e di città che non ci appartiene. Una logica che risuona anche altrove: nell’ICE statunitense — l’apparato che detiene migranti, separa famiglie, congela esistenze intere — vediamo il punto più freddo della stessa razionalità che considera alcune vite sacrificabili, alcuni movimenti illegittimi, alcune presenze da neutralizzare. È lo stesso gelo, solo più estremo.
La nostra resistenza nasce da altri immaginari e da altre lotte: dalla resistenza del popolo curdo, dall’autorganizzazione delle donne del Nord-Est della Siria, fino ai movimenti per la Palestina che hanno riempito le strade. Da qui continueremo a costruire e difendere città libere, solidali e antifasciste.
Da una parte il deserto: frontiere, detenzioni, città ridotte a corridoi sorvegliati. Dall’altra il calore: assemblee, relazioni, spazi che resistono come foreste in espansione. È questo il conflitto reale: non tra ordine e disordine, ma tra sterilità e vita.
La manifestazione in difesa di Askatasuna è un rialzarsi collettivo che non chiede il permesso di esistere. È un movimento che rompe la crosta del presente e lascia intravedere ciò che ancora può germogliare. È un atto di volontà contro il gelo: non un gesto simbolico, ma una dichiarazione di esistenza. Dire che non accettiamo un Paese che guarda ai modelli più disumani di gestione delle migrazioni mentre chiude i luoghi dove la solidarietà è pratica quotidiana. Dire che la sicurezza non è gelo, ma diritti; non è controllo, ma possibilità; non è paura, ma futuro condiviso.
Come Vag61 saremo in piazza perché ciò che oggi difendiamo non è solo uno spazio: è la temperatura stessa della nostra vita comune. Difendere Askatasuna significa difendere la dignità di chi resiste, la memoria di chi ha costruito, la promessa di una città che, nonostante tutto, continua a fiorire nel buio.
